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Enciclopedia Menteviva

Aspetti psicologici connessi all'aborto

 

a cura della dott.ssa Anna Maria Trapani

L'aborto è l'interruzione prematura di una gravidanza che può avvenire per cause naturali (aborto spontaneo) o essere provocata artificialmente (aborto provocato o interruzione volontaria della gravidanza). La relazione tra aborto e salute mentale è un'area particolarmente controversa e discussa anche da un punto vista psicologico. Molti studiosi sostengono che l'aborto sia associato a fattori psicologici di rischio non più di quelli che potrebbero emergere in una donna che decida di portare a termine una gravidanza indesiderata. Altre ricerche invece riportano una correlazione tra aborto ed effetti psicologici negativi, anche se non è stata riscontrata una relazione causale.

Rare le reazioni gravi - Elementi importanti che possono aumentare la sofferenza dovuta all'aborto sono i fattori preesistenti nella vita di una donna, come l'attaccamento emotivo alla gravidanza, la mancanza di supporto sociale, disturbi psichiatrici ed un concetto di vita conservatore. L'American Psychological Association sostiene che "severe reazioni negative (dopo un aborto) sono rare e sono in linea con i fattori che di norma generano stress".

La "sindrome post-aborto" - Alcuni studiosi parlano anche di una Post-Abortion Syndrome (PAS), disturbo però non riconosciuto da alcuna associazione medica o psicologica. Essa è considerata una variante del Post-Traumatic Stress Disorder (PTSD) ed i suoi sintomi sono: ansia, depressione, disturbi dell'alimentazione, disturbi ossessivi, relazionali, della sfera sessuale, del sonno, perdita della stima di sé fino all'ideazione suicidaria, disturbi somatici, incremento o inizio dell'assunzione di droghe o alcol.

È sempre un evento negativo - Anche non prendendo in considerazione l'esistenza della PAS, abortire per una donna può significare subire un brutto colpo alla propria femminilità e autostima, tanto da provare senso di fallimento, vergogna, sensi di colpa, depressione, collera. Tali sensazioni possono non comparire subito, ma dopo un certo lasso di tempo. Al contrario, nel periodo immediatamente successivo all'Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG) la donna può sperimentare una riduzione dello stress sorto a causa della gravidanza indesiderata.

Personalità predisposte a conseguenze negative - In generale, esistono dei predittori delle conseguenze più o meno negative dell'aborto quali tratti di personalità caratterizzati da impulsività, attaccamento, dipendenza, difficoltà nelle relazioni interpersonali, conflitti religiosi e culturali. Molto spesso colei che decide di abortire viene colta di sorpresa da sentimenti istintivi legati alla perdita, tanto da non essere in grado di affrontarli.

I condizionamenti della società - L'IVG è sempre un evento traumatico per la donna in quanto fa rimettere in moto dinamiche legate alla sessualità, alla femminilità, al rapporto con il partner, eccetera. Lo stress successivo all'evento sarà tanto maggiore quanto più sarà percepita come significativa la rappresentazione sociale rispetto all'ideologia comune e alla risonanza che l'evento ha sull'ambiente che circonda la donna.

Il legame con l'embrione - Da numerosi studi è emerso che l'attaccamento emotivo verso il feto è già presente durante le prime settimane di gravidanza. Ciò avviene anche nelle donne che hanno deciso di abortire, in quanto si tratta di processi psicologici inconsci e totalmente inconsapevoli.

Lutto e rimorsi - Molte donne che abortiscono provano una sofferenza paragonabile a quella di una madre che perde un figlio, con la differenza che i sensi di colpa associati alla volontarietà dell'IVG complicano ed ostacolano l'elaborazione del lutto. Per questo motivo quando una donna deve decidere se abortire vive emozioni contrapposte e dolorose.( Elisabetta Rotriquenz)

Molti autori, psicologi, psicoterapeuti e psicoanalisti, affermano che la gravidanza viene vista come una profonda “crisi maturativa” (H.Deutsch, G.Bribing, E.Erikson e D.Pines), infatti può essere considerata come “crisi” poiché può rappresentare “un pericolo” per un equilibrio di maturazione personale preesistente, comportando conseguentemente angoscia e disagio, un processo caratteristico di questo periodo: è la regressione, in altre parole la tendenza a rivivere esperienze passate, ovverosia l'evidenziarsi di un bisogno di sicurezza e di un aumentato desiderio d'affetto, di supporto che aiuti a gestire l'ansia, ad esempio vediamo la donna che ripercorre, cognitivamente ed emozionalmente, tutte le tappe significative del rapporto con propria madre; “maturativa” come un ulteriore avvicendarsi a stadi di maturazione più progrediti “più adulti”, che permette alla donna di acquisire lo status di madre, fornendole la possibilità di completare il proprio processo di sviluppo concretizzando un progetto di vita. Quindi all'interno della gravidanza vi sono processi maturativi e regressivi, e questo è poi alla base dell'accettazione o del rifiuto della stessa. Durante la gestazione si verifica un'evoluzione dell'identità femminile, devono essere rimaneggiate le parti di Sé infantili, si deve effettuare un'articolata individuazione di sé stessa come donna e come madre ed un'ulteriore differenziazione dei propri confini personali e del proprio spazio interno nei confronti della propria madre, del partner e delle altre figure, ed accogliere il nascituro all'interno di un nuovo spazio “illusorio“ condiviso dal partner. La gravidanza comporta, oltre alla preparazione biologica di un utero accogliente, anche l'elaborazione di un “grembo psichico” dove il bambino che nascerà possa essere atteso, cioè pensato ed amato ancor prima di venire alla luce, uno spazio interno deputato, esclusivamente, per il bambino e per la relazione con lui. Bribing individua durante la gestazione due “compiti adattivi” che si succedono nella donna: il primo, nei primi mesi di gravidanza, consiste nell'accettare l'embrione prima ed il feto poi quale parte integrante di sé. Tale completa fusione narcisistica perdura sino a quando la percezione dei movimenti fetali non impone alla donna la realtà di un bambino “altro da sé”, diviene necessario, allora, riorganizzare nuovamente i propri investimenti oggettuali; è questo il secondo “compito” che la donna deve affrontare.

 

Sono state 136715 le interruzioni volontarie di gravidanza effettuate nel 2004 in Italia. Una passeggiata? Non proprio. Al di là del trauma fisico, infatti, sono molte e da non sottovalutare anche le conseguenze psicologiche. Di queste si è occupato uno studio norvegese, mettendo a confronto 40 donne che hanno avuto un aborto spontaneo con 80 che, invece, hanno scelto di abortire, la cosiddetta interruzione volontaria di gravidanza. I risultati? Ansia, angoscia, colpa e vergogna sono i sentimenti più spesso evocati.


Attualmente tre quadri nosologici sono riconosciuti, a livello internazionale:

1. un disturbo di natura prevalentemente psichiatrica: la psicosi post-aborto con forme depressive di varia entità, insorge immediatamente dopo l'aborto e perdura oltre i sei mesi;

2. un disturbo caratterizzato da un marcato stress post-aborto , che insorge tra i tre e i sei mesi e rappresenta il disturbo “più lieve” finora osservato;

3. un insieme di disturbi che possono insorgere o subito dopo l'aborto o dopo alcuni anni: la “ sindrome da trauma conseguente ad aborto (S.P.A.) ” già descritta nel DSM III dell'American Psychiatic Association. Quest'ultima fu formalmente isolata da Vincent Rue nel 1981, egli la considera una variante specifica della Sindrome da stress post-traumatico.

Quali i sintomi, allora, di questa sintomatologia? Schematicamente rifacendosi agli studi dell'Harvard Medical School, coordinati da W.Worder, iniziati nel 1987, si ha il seguente quadro clinico:

ü disturbi emozionali (ansia, amnesia, perdita d'interesse, distacco dagli altri ed incapacità a provare emozioni, ecc…)

 disturbi della comunicazione

 disturbi dell'alimentazione

 disturbi del pensiero (pensieri ossessivi, ecc…)

disturbi della relazione affettiva caratterizzata da u n cospicuo isolamento

disturbi della sfera sessuale

 disturbi del sonno (insonnia, irritabilità, incubi, ecc…)

disturbi fobico-ansiosi

 flash backs dell'aborto (ri-esperienza del trauma, ricordi della passata esperienza, ecc…).

La sintomatologia compare dai sei mesi ai due anni successivi all'I.V.G.

Difficilmente ad una prima consultazione si riesce a mettere in relazione i sintomi, presentati solitamente in modo disparato, con l'evento abortivo; in quanto non sempre è presente la coscienza che il malessere nasca dall'aborto, aborto che in un primo momento può essere stato percepito come un atto “liberatorio”.

Noi tutti pensiamo all'aborto come a un fatto privato, una decisione che la donna assume in prima persona su di sé, e si delega l'uomo in una posizione marginale nel processo decisionale, comunque non determinante (Dogliotti, 1995).

L'interruzione volontaria di gravidanza è fortemente connotata dalla solitudine della donna come causa e come effetto, dall'assenza del partner, fisica ma soprattutto psicologica, ma anche ora allo stato attuale dal precariato che le donne vivono, trovandosi a non poter dare nessun sostentamento economico. La donna si trova ad affrontare “da sola” un evento che non ha ripercussioni solo sul proprio stato fisico ma, soprattutto, come abbiamo visto, su tutta la sua vita psichica, infatti l'I.V.G. rimette in gioco dinamiche collegate all'intero sviluppo psicologico (sulla propria femminilità, sulla propria sessualità, sul rapporto futuro con il partner, sull'eventualità o meno di avare altri figli, ecc...) e pone comunque la donna di fronte ai problemi della perdita e del lutto. Nell'ipotesi di un innato, inconscio desiderio di maternità, l'aborto assume ancor di più il senso di una dolorosa rinuncia, in quanto, non solo viene perduta la possibile vita di un figlio, un oggetto-figlio, che ha la caratteristica di essere un figlio immaginato, fantastico, potenziale, ma anche parte del Sé psicologico della donna e del suo Sé corporeo.

L'aborto provoca la brusca interruzione del lungo processo fantasmatico che accompagna la donna nella sua crescita femminile e che costituisce il preludio alla sua esperienza di maternità, ecco perché il lutto che viene elaborato dopo l'I.V.G. lo distingue da qualsiasi tipo di lutto, infatti si rende necessaria l'elaborazione sia della perdita dell'oggetto sia della perdita simultanea e concreta di un parte del Sé. Il vissuto elaborato può diventare quello di una violenza subita e le sensazioni dopo l'evento sono, soprattutto, moti d'aggressività verso sé stessa, sensi di colpa, perché non ha saputo elaborare in modo diverso la sua vita, verso il partner, che è in parte causa di ciò che le è accaduto e che l'ha lasciata sola, verso la società, perché non ha saputo aiutarla prima, durante e dopo.

Un motivo per cui la donna può giungere a uno o più aborti per cause psicologiche è la separazione progressiva tra maternità e sessualità . Se una donna si sente strumentalizzata dalla sessualità maschile, usata come un oggetto e poi abbandonata, le verrà più facile compiere gli stessi atti nei confronti della creatura che porta in grembo. Per questo ogni crudeltà, disattenzione, strumentalizzazione della donna incrementa la sua aggressività e precostituisce una possibile situazione abortiva. La maternità abbisogna del supporto di una aspettativa condivisa: l'aborto è l'esito di una solitudine . Si parla spesso di “maternità non voluta” ma dovremmo capire che sono, prima di tutto, “maternità non pensate” infatti nel momento in cui si rimane incinta si richiede alla donna una preliminare partecipazione attiva, cioè un atteggiamento disponibile alla fecondazione. Il problema però sta nel fatto che, in alcuni casi, quando per esempio, il bambino assume un carattere “salvifico” per la coppia (ad esempio: famiglie di coppie di tossicodipendenti) oppure quando ci sono dei conflitti di base con la madre, essere incinta assume un carattere di “falsa emancipazione” , tale atteggiamento non è stato inserito nella sfera dell'intenzionalità e della coscienza , per cui il bambino non è considerato un figlio al quale dover poi dedicare attenzioni e cure se nascesse, e quindi non riconoscendo il figlio a livello psicologico viene facilmente abortito, la madre non se ne sente responsabile e può vivere l'aborto come una “liberazione”.

Come abbiamo avuto modo di notare le problematiche psicologiche che possono essere conseguenti ad una interruzione volontaria di gravidanza sono molteplici. E' chiaro che l'importanza dello stress dipende dal significato che la donna dà all'evento, da come considera il bambino (in una ricerca è stato notato che il 75% di donne considerava il bambino un ostacolo alla realizzazione di sé, delle proprie aspirazioni, soprattutto lavorative, il 69,9% un grande dono e il 68,1% lo considera come un modo per dare senso alla vita e al matrimonio) e dalla risonanza che questo ha nell'ambiente circostante, infatti la rappresentazione sociale che le donne che hanno abortito vivono nei confronti della gente comune circa i sentimenti da loro espressi verso chi abortisce, evidenzia giudizi di riprovazione o disinteresse anche se, probabilmente, questi sentimenti sono la proiezione che la donna fa sugli altri di quegli stessi sentimenti negativi e di riprovazione dell'evento che ella vive.

 

 

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