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a cura della
dott.ssa
Marilena Giammaresi
1. La
sofferenza psicologica in adolescenza
Nell’adolescente affiora un equilibrio
mentale diverso dalla fanciullezza, un
equilibrio da cui dipenderanno la salute
e il progresso o la malattia.
Negli
adolescenti le dinamiche difensive
assumono particolari connotati. Anna
Freud (1946) ha descritto in modo
esemplare il meccanismo difensivo dell’intellettualizzazione,
cioè la ricerca attraverso l’esercizio
del pensiero di un miglior controllo
degli istinti.
È
consuetudine affermare che tutti gli
adolescenti appaiono egoisti e pieni di
sé, ma si tratta, in realtà, di un
passaggio obbligatorio del loro sviluppo
per rinforzare le strutture dell’Io ed
anche per organizzare un modello od una
meta, che sia un’immagine soddisfacente
di se stessi, ciò per creare “l’ideale
dell’Io”. Secondo la teoresi
psicodinamica l’ideale dell’Io, infatti,
deriva dall’idealizzazione dei genitori
da parte del bambino, ma anche
dell’idealizzazione del bambino da parte
dei genitori ed infine
dall’idealizzazione di sé da parte del
bambino stesso. Inoltre vi è il gruppo
dei compagni che, fornendo richieste e
attivando identificazioni, fornisce una
parte importante dell’ideale dell’Io
dell’adolescente. Argomento di centrale
importanza nello studio del periodo
adolescenziale è il disagio giovanile.
1.1 Il disagio giovanile
Il
disagio adolescenziale e il malessere
diffuso tra i giovani, a livelli ormai
preoccupanti, impongono a tutti il
dovere di attuare concreti provvedimenti
per cercare di ridurre tale forma di
sofferenza e, se possibile, di
eliminarne le cause.
Nel
nostro tempo, un’ottica clinica che
consideri i disturbi comportamentali
dell’adolescente in modo dinamico e
integrato con fattori ambientali e
sociali è sempre più necessaria.
Nel mondo
adolescenziale e giovanile, più
sensibile ed esposto ai cambiamenti,
possono essere evidenziate nuove
espressioni di disagio mentale e
comportamentale che, per la loro
diffusione, assumono il ruolo di
patologie sociali.
Spesso
risulta incerto il confine tra tali
forme di disagio estremo con malattie
mentali quale depressione e psicosi.
I
comportamenti a rischio possono essere
considerati dei modi per provare
sensazioni nuove e forti, con la
componente relativa alla sfida e alla
sperimentazione di sé.
Un numero
crescente di adolescenti infatti
risultano alla ricerca esasperata di
sensazioni forti (sensation seeking).
La scarsa
capacità di provare piacere rende molti
giovani anedonici, abulici ed annoiati.
Negli
ultimi anni è aumentato lo studio sui
comportamenti ad alto rischio dei
giovani adolescenti, comportamenti messi
in atto da soli o in gruppo, segnalati
perché contengono elementi di auto o
eterodistruttività; lanciarsi da un
ponte legati con un elastico, camminare
sui cornicioni, attraversare torrenti in
piena, guidare a forte velocità,
sfidarsi a chi si toglie per ultimo da
una situazione pericolosa come: dai
binari del treno, uso di sostanze
alcoliche. Il rischio che questi
comportamenti hanno sulla salute può
essere immediato come nel caso della
guida pericolosa, oppure posticipato nel
tempo come nel caso dei disturbi
alimentari, delle condotte sessuali a
rischio, del fumo, dell’assunzione di
droghe e dell’abuso di alcol.
In
generale, correre dei rischi fa parte
della norma in questa fase dello
sviluppo; Turz (1989) sottolinea,
infatti, la necessità di considerare gli
aspetti positivi e funzionali del
rischio, che per l’adolescente può
corrispondere a una volontà profonda di
rinnovarsi.
Talora si
evidenziano inoltre forti difficoltà a
comunicare, a stabilire relazioni
affettive o a comprendere stati emotivi.
Il
disagio giovanile nella nostra epoca è
connesso in qualche modo alla
progressiva scomparsa dei “rituali di
iniziazione” dalle pratiche collettive
del nostro contesto culturale.
Nelle
società che mantengono una marcata
impronta tradizionale, culturalmente più
vicine alle civiltà Primitive, i riti di
iniziazione espletano una valida
funzione di mediazione e di guida nelle
situazioni di “passaggio” che segnano le
tappe del processo individuativi. I riti
di passaggio si collocano in un’area
transpersonale nella quale il collettivo
favorisce la differenziazione delle
soggettività individuali,
dialetticamente all’appartenenza
gruppale e sociale.
Maggiore
è l’appartenenza al gruppo, maggiore è
l’aiuto che si riceve dal suo portato
transpersonale ad “appartenere sempre
meno”. Il gruppo sociale, lungo precise
tappe codificate da altrettanto eventi a
connotazione rituale, agevola il
percorso evolutivo individuale, ogni
stadio dal quale è caratterizzato
peraltro da una parallela funzione
sociale. Lo sviluppo individuale avviene
in un’armonica articolazione con il
collettivo e con la totalità. Nella
nostra civiltà i legami di natura
gruppale sono sempre più rarefatti e
sempre meno teleologicamente orientati a
incoraggiare i processi evolutivi. Le
gruppalità transgenerazionali e
transfamiliari si impoveriscono di
significato e la famiglia nucleare, di
conseguenza, si indebolisce nella sua
funzione di promozione della crescita.
Nell’ambito di una generalizzata
tendenza alla “cultura del narcisismo”,
le aggregazioni giovanili spontanee
sembrano rispondere prevalentemente a
bisogni di carattere edonistico e i loro
codici e linguaggi ad esigenze primarie
di riconoscimento fusionale; il
ritualismo in cui tali codici
inevitabilmente si strutturano sempre
meno veicola processi evolutivi: più che
dei riti di passaggio esso ha la
caratteristica della ripetizione
stereotipata.
L’identità personale e gruppale gravita
intorno all’esperienza del vuoto, della
beanza, del “buco”: essa va dunque
suggellata e trascritta, “tatuata” sul
corpo che diventa esso stesso buco. Lo
sviluppo esistenziale si arresta nella
“coazione a ripetere”: ciclicamente
colmare il vuoto e riprovarlo e ancora
colmarlo. Alla sostanza è affidato il
compito di compiere l’azione magica di
cui il corpo è insieme realtà e simbolo.
1.2.
Il ruolo della sessualità in adolescenza
Per
affermare la loro “adultità” gli
adolescenti ricorrono a condotte
sessuali molto precoci. La sessualità
adolescenziale ha aspetti polivalenti,
con vari significati nascosti e spesso
si tende a considerare solo l’aspetto
erotico, dimenticando che tali aspetti
da una parte sono frutto di una
continuità con le problematiche
dell’infanzia e che, dall’altra, sono il
risultato del disegnarsi di orizzonti
nuovi e più vasti.
Bisogna
tener conto che gli adolescenti, spesso,
vivono situazioni di “crisi” e sono
posseduti da un’angoscia che non sanno
dove mettere. Vengono cioè a situarsi in
quello spazio logico e affettivo che li
chiama a mobilitarsi per tracciare
un’esperienza esistenziale unitaria
accompagnata dall’angoscia della scelta.
In questo contesto, la masturbazione
nell’adolescente non riveste un ruolo
solamente edonistico, ma risponde molto
spesso a un bisogno consolatorio
rispetto agli insuccessi di vita.
L’adolescente, divorato da un’angoscia
destrutturate, trova in questa pratica
la soddisfazione ad un bisogno di
riparazione. La sessualità, relazionale
e non, contribuisce in un contesto così
conflittuale, ad abbassare il livello di
tensione e di angoscia fluttuante che
sarebbe, altrimenti, poco sostenibile.
Per il giovane l’aspetto consolatorio
dell’attività sessuale raggiunge così lo
scopo di ottenere una sedazione. La
sessualità viene, in questo modo,
adoperata come tranquillante.
Ė
importante ricordare come i ragazzi
possono evocare la loro depressione
attraverso la sessualità. L’aspetto
compensatorio rispetto alla depressione
non è presente soltanto nella
masturbazione, ma anche nella ricerca
precoce della relazione con l’altro
sesso. In questo caso la sessualità
genitale serve a compensare un bisogno
di contatto. La giovane coppia cerca
nella sessualità genitale di colmare una
lacuna affettiva, un contatto
impossibile con l’adulto, una
sessualità, talvolta, impulsiva e
vissuta con le caratteristiche dell’addittività.
Un’altra
dimensione essenziale del vissuto
sessuale dell’adolescente è legata alla
domanda del “chi sono io?” cui
l’adolescente sente di dover rispondere.
Possiamo quindi affermare che la
sessualità, nel periodo adolescenziale
svolge la funzione di fornire identità.
1.3
Adolescenti e suicidio
Il
suicidio, inteso come modo per uscire
dalla vita, nasce dalla convinzione
d’aver perduto ogni possibilità di
essere amati e dalla fantasia di trovare
una liberazione da una situazione
insostenibile. Per il suicida la morte
tende ad assumere un significato
liberatorio, perché essa riveste
paradossalmente il significato di luogo
in cui si può stare sereni e tranquilli,
liberi da una “cattiva vita”. Le cause
del suicidio sono sempre molteplici e
difficili da stabilire poiché variano da
caso a caso. Secondo diversi studi
effettuati sull’argomento, risulta che
gli adolescenti oggi soffrono per la
mancanza di sicurezza e di identità e
ciò in rapporto ai cambiamenti repentini
della società e della qualità della vita
di famiglia, a causa del numero
crescente delle separazioni, dei divorzi
e dell’uso di droghe ed alcol, nonché
della pressione per i successi
scolastici, risoltisi, invece, in
delusioni fallimentari, ed infine a
causa dell’angoscia per il futuro. Fra
le motivazioni apparenti più frequenti
dei suicidi, troviamo quelle di un
brutto voto a scuola, ma il vero
problema è il significato interiore
della frustrazione vissuta in seguito al
cattivo voto. Il giovane può pensare che
non potrà essere tollerato dai genitori
e questo potrebbe significare una brusca
separazione da loro e, quindi, un motivo
per desiderare la morte.
2.
Danzamovimentoterapia e adolescenza
Le
esperienze di Danzamovimentoterapia
realizzate con soggetti adolescenti
affetti da disturbi di personalità
(disturbi schizotipici, disturbi
ossessivi, borderline, narcisisti) hanno
messo in evidenza l’importanza della
corporeità (postura gestualità, tono
muscolare, movimenti, vissuti del corpo,
percezione , ascolto sensoriale) nella
patologia, che si associa spesso a
vissuti di frammentazione, sensazione di
pesantezza, tensioni croniche
localizzate, blocco delle articolazioni,
proiezioni di parti del corpo, scarsa o
inadeguata strutturazione del confine
corporeo, perdita delle sensazioni
interne che derivano dal movimento,
chinesfera (spazio personale)
indefinita.
Tali
patologie in adolescenza possono
assumere forme molto diverse, ma sono
tutte la conseguenza di un grave
disturbo dell’attaccamento cui il
soggetto è stato sottoposto in modo
costante nelle sue esperienze
affettivo-relazionali primarie,
nell’ambito del contesto familiare di
appartenenza. Anche in assenza di
particolari problematiche e conflitti,
il soggetto adolescente deve
confrontarsi con un lavoro molto
impegnativo che lo coinvolge in modo
totale.
In
relazione all’organizzazione della sua
identità personale adulta questo
complesso, e per certi aspetti doloroso
processo, implica il doversi impegnare
per risolvere nuclei emotivi non risolti
della sua storia evolutiva ed integrarli
con l’insieme delle trasformazioni che
investono tutti gli ambiti della sua
vita, sia personale che familiare e
sociale, sulla spinta delle pressioni
sia interne ed esterne. Ciò
comporta spesso il rischio di uno
“scompenso” di una situazione di
apparente equilibrio (gli scompensi
psicotici adolescenziali, o le patologie
del comportamento sociale o alimentare)
o il rischio di una riattivazione,
spesso esplosiva dal punto di vista
sintomatologico, di una psicopatologia
precedente che ora assume caratteri
peculiari in rapporto alla delicatezza
di questa fase evolutiva.
I quadri
psicopatologici in adolescenza assumono
caratteristiche specifiche e diverse da
quelle dell’età infantile o adulta e
presentano caratteristiche di fluidità e
mutevolezza anche nelle manifestazioni
cliniche e sintomatologiche. Non bisogna
inoltre dimenticare che un adolescente
psicotico è stato certamente un bambino
molto disturbato con un funzionamento
del pensiero di tipo psicotico o con una
grave disarmonia dello sviluppo.
Se è vero
che l’adolescenza in sé è stata da
sempre, nel linguaggio quotidiano,
considerato uno stadio “critico” nella
vita personale di un individuo, poiché
caratterizzata da problemi e
complicazioni emozionali, bisogna
evitare confusioni tra ciò che è il
disagio fisiologicamente legato alla
fase evolutiva e le condizioni di
sofferenza psichica grave sostenuta da
una patologia vera.
Troviamo
poca letteratura in riferimento alla
Danzamovimentoterapia con gli
adolescenti, questo probabilmente
riflette la difficoltà nel prendere in
carico tali pazienti.
I
disturbi adolescenziali hanno
caratteristiche simili ai disturbi dei
bambini e degli adulti, ma presentano
caratteristiche peculiari.
In alcune
patologie adolescenziali si riscontra
una tendenza regressiva nel carattere e
inoltre, sono presenti una confusione
tra il desiderio di voler raggiungere un
alto livello sociale una volta adulti e
degli stati emozionali infantili
estremamente primitivi.
I gruppi
di Danzamovimentoterapia permettono di
superare con facilità determinate
situazioni problematiche.
Gli
adolescenti che vengono seguiti dalle
unità psichiatriche vivono generalmente
delle crisi emotive o familiari, o
ancora soffrono per esempio di anoressia
o hanno avuto un primo episodio
psicotico che in molti casi perdura in
età adulta. Molti adolescenti che
presentano problematiche mentali,
inoltre, hanno subito violenze sessuali.
Studi
recenti hanno messo in evidenza notevoli
differenze tra i comportamenti
aggressivi e autolesivi in pazienti di
sesso femminile e maschile. In
particolare il sesso femminile presenta
dei comportamenti maggiormente
autolesivi, gli uomini invece danno vita
ad acting-out aggressivi e atti di
vandalismo.
Molti
adolescenti che richiedono aiuto
psichiatrico hanno avuto dei rapporti
familiari difficoltosi, a causa di
genitori non presenti emotivamente; tali
soggetti presentano difficoltà ad
esternare i propri sentimenti per cui
sono facilmente irritabili, e talvolta
aggressivi.
Al fine
di ottenere dei risultati soddisfacenti
il danzamovimentoterapeuta deve dar vita
a gruppi di lavoro con un setting ben
strutturato, che prenda in
considerazione sia gli aspetti emotivi
infantili che quelli adulti e li
indirizzi in maniera adeguata.
Gli
adolescenti solitamente amano ballare,
ascoltare la musica, frequentare night
club e discoteche, per cui il movimento
permette di agganciare il gruppo. Il
danzamovimentoterapeuta può indirizzare
le energie dei ragazzi nel movimento
creativo spontaneo. All’interno del
gruppo vige la regola del non giudizio,
della condivisione, del silenzio e
dell’ascolto del linguaggio non verbale
e questo evita l’insorgenza del blocco
emotivo di un soggetto o di tutti i
membri del gruppo. Il
danzamovimentoterapeuta deve avere
un’ampia formazione psicologica delle
varie strutture corporee. Nel lavoro con
gli adolescenti è possibile usare il
movimento e l’immaginazione quasi
esclusivamente. La Danzamovimentoterapia
che usa le nuove strutture deriva dalla
drammaterapia. Attraverso la DMT è così
possibile sollecitare livelli di
funzionamento relativi a fasi di
sviluppo molto arcaiche, in cui
l’esperienza corporea ha un ruolo
centrale, avviando un processo
trasformativo su diversi piani e
funzioni che insieme costituiscono la
globalità dell’essere: fisiologico,
motorio-posturale, emotivo e
cognitivo-simbolico.
2.1.
Il punto di vista della psicologia
funzionale
Un
concetto interessante elaborato in
psicologia funzionale è quello dei piani
funzionali del Sé.
Secondo
questa impostazione per guardare alla
complessità della persona bisogna
considerare tutti i piani del suo
funzionamento.
Il Sé
allora sarebbe, secondo la psicologia
funzionale, proprio l’insieme delle
funzioni, un insieme organico e
organizzato di processi che
caratterizzano la persona.
Il Sé può
essere definito, in tal senso, come
l’organizzatore che permette
all’organismo di creare schemi e
rappresentazioni su tutti i piani
psicocorporei, ovvero come l’insieme
delle leggi che regolano l’interazione
tra tutti i processi psicocorporei di un
organismo visto nella sua interezza e
globalità.
Dunque
una visione funzionale del Sé esprime un
funzionamento globale al quale tutti i
piani psicocorporei concorrono, con la
medesima importanza, ad una concezione
che non è più piramidale (con un mentale
che controllerebbe tutto l’organismo
dall’alto), ma circolare. Vale a dire
che tutti i piani funzionali
contribuiscono all’organizzazione del Sé
attraverso i processi che vi si
svolgono, la loro organizzazione e la
loro interazione.
In una
concezione funzionale, il Sé è allora
l’insieme di tutti i piani e processi
psicocorporei esistenti e integrati tra
loro dalla primissima infanzia e lo
studio della capacità del neonato
conferma tale ipotesi.
Tutte le
funzioni psicocorporee si alimentano le
une dalle altre intensificandosi
vicendevolmente. Sono dunque le
soddisfazioni di tutti i bisogni di base
(sia pure alternati a pause e a momenti
di mancanza), e non le frustrazioni, a
far crescere l’intelligenza, la capacità
elaborativa, la vita simbolica del
bambino, così come del resto le altre
sue capacità.
L’individuo si muove spinto dai bisogni
fondamentali (che hanno necessità di
essere soddisfatti), non nel senso
meccanico e idraulico di un’energia che
quando si è accumulata porta ad agire
per scaricarsi, bensì nell’ottica del
bisogno di trovare, lungo tutta la vita,
esperienze di tal genere, cioè
esperienze vitali e significative per il
benessere dell’individuo.
I piani
funzionali del Sé sono:
1.
il piano
emotivo: tutta la gamma di
affetti e sentimenti positivi e negativi
che la persona vive nei confronti di se
stessa e del mondo esterno, l’umore di
base, l’atmosfera del proprio mondo
affettivo, la possibilità e le modalità
di espressione di questo mondo
effettivo;
2.
il piano
posturale e del movimento: è il piano
psicomotorio classico,
3.
il piano
fisiologico: tutti i sistemi e gli
apparati dell’organismo, gli organi
interni, la circolazione sanguigna,
l’apparato respiratorio e le “materie”
del corpo: (ossa, muscoli, pelle);
4.
il piano
cognitivo simbolico: comprende i
processi di consapevolezza, razionalità,
progettualità e il sistema dei valori
profondi che la persona attribuisce agli
eventi della vita. Tutte le funzioni che
sono presenti sin dall’origine della
vita vanno poi differenziandosi in
relazione alla qualità degli stimoli
ambientali e della relative esperienze.
Alcune persone sviluppano maggiormente
alcune funzioni rispetto ad altre.
L’educazione e le pressioni sociali
portano il bambino a sviluppare la
funzione cognitivo simbolica e a mettere
da parte la funzione movimento come se
ci fosse una sorta di gerarchia che dà
al pensiero e all’elaborazione verbale
il primato di importanza rispetto a
quello che il corpo e il movimento
possono comunicare.
La
Danzamovimentoterapia secondo il modello
funzionale delle strutture psicocorporee,
considera quindi il corpo come primo
ancoraggio al senso d’identità. Il corpo
e il movimento, la gestualità e la
postura ci parlano delle emozioni dei
ragazzi, dei loro pensieri, bisogni,
desideri, blocchi e difficoltà. Si
lavora spostando continuamente
l’attenzione dal piano delle sensazioni
e della percezione a quello della
mobilizzazione del corpo ed a quello
espressivo e simbolico con una forte
attenzione alle esigenze individuali che
sono spesso molto diverse.
La
finalità generale principale del lavoro
di DMT con gli adolescenti con disturbi
della personalità, è il rafforzamento
del senso d’identità individuale e
dell’integrazione personale.
Gli
obiettivi concernono la consapevolezza
dello schema corporeo e dell’immagine di
sé, la strutturazione di coordinate
spazio-temporali interne ed esterne, la
facilitazione degli scambi e delle
dinamiche relazionali, il potenziamento
delle capacità di ascolto di sé e
dell’altro, la sollecitazione di parti
sane e le potenzialità trasformative
attraverso il lavoro creativo.
I fattori
terapeutico riabilitativi della
Danzamovimentoterapia sono molteplici,
quali la capacità di contattare se
stessi e gli altri in un modo diverso
dal quotidiano attraverso il canale
corporeo (senza l’uso del verbale) e la
possibilità di riattraversare in maniera
ludica e condivisa le esperienze
corporee arcaiche fondanti la
soggettività (esperienze basilari del
Sé), come le esperienze del lasciare il
controllo, dell’affidarsi o del
mostrarsi.
Il
ragazzo può esprimere il proprio mondo
affettivo in tutte le sue valenze,
aggressività, sessualità, regressione,
in un modo ludico mediato dal gioco
corporeo.
La
possibilità è quella di riappropriarsi
del proprio corpo come elemento
fondamentale per mantenere un’adeguata
percezione di sé e come occasione per
sperimentare modalità espressive e
comunicative più autentiche e integrate
rispetto al piano emotivo e cognitivo.
Il
conduttore è il garante delle regole del
setting. È attivamente propositivo nel
lavoro e deve accompagnare il gruppo in
un percorso di esplorazione, di
conoscenza di sé e degli altri
attraverso l’attivazione del canale
corporeo, modulando le proposte e la
qualità della sua presenza.
Il
danzaterapeuta è nello stesso tempo
artista e terapeuta. Egli propone
dall’esterno, delle forme ai
partecipanti. Ci sono momenti di
improvvisazione, ma l’essenziale del
lavoro terapeutico è basato su altre
operazioni. I danzatori ricevono dunque
movimenti dati dal danzaterapeuta; tali
rappresentazioni visive, motorie e
cinestesiche risvegliano in loro le
pulsioni, le emozioni, i fantasmi e i
ricordi ai quali saranno
progressivamente articolate.
Il
danzaterapeuta è quindi anche un
pedagogo e questa funzione è
indissociabile da quella di terapeuta.
Bisogna
anche che egli sappia offrire i gesti al
momento giusto, sta al
danzamovimentoterapeuta cioè scegliere,
tra forme che, ha a disposizione, quelle
che saranno motivanti e accettate dai
partecipanti in quanto capaci di
rappresentarli, cioè di articolarsi alle
loro pulsioni. È necessario, in effetti,
che le rappresentazioni motorie e vocali
siano adatte ad effettuare il lavoro di
riorganizzazione simbolica che sta alla
base del cambiamento terapeutico.
Il
conduttore deve possedere anche la
capacità di analizzare lo stato del
transfert che i danzatori fanno su di
lui (per sentire quello che può proporre
loro), nonché quella di padroneggiare i
loro controstransfert.
“Soggetto
supposto sapere” agli occhi dei
partecipanti (condizione questa
necessaria alla riuscita dell’impresa
terapeutica, che implica l’esistenza di
sentimenti transferali nei suoi
confronti), il terapeuta non deve essere
freddo né fusionale, ma trovare,
rispetto ai danzatori, quella giusta
distanza che permetterà loro di accedere
all’autonomia fruendo della sua empatia
senza cadere nella dipendenza del
maternale o nell’obbedienza servile.
3. I
concetti di corpo e consapevolezza nella
DMT
Il
Leib (corpo che vive) include le
dimensioni corporee, psichiche e mentali
dell’essere umano, con la sua
integrazione nell’ambiente sociale ed
ecologico, nell’ambiente di vita e nel
mondo della vita. Quando si parla di un
essere umano vivente, non ci si può
riferire soltanto all’aspetto corporeo
del suo Leib, perché si tocca
sempre tutta la persona. Questo vuol
dire che la relazione dell’avere il
proprio corpo non può illuderci e che il
soggetto di questo avere il corpo è
sempre il Leib (essere il corpo).
Possiamo
vedere il nostro corpo come un oggetto o
come uno strumento dicendo di avere un
corpo. L’orientamento sull’avere è
pericoloso, perché ci permette di vedere
il Leib-Subjekt, quello che
siamo. Una relazione verso il corpo,
orientata all’essere, si sviluppa se
l’individuo riconosce invece di essere
il proprio corpo.
Il nostro
corpo è infatti la nostra storia, perché
nel suo ricordo c’è il nostro passato e
nella sua vitalità e dinamica c’è il
nostro futuro; in ogni ruga si dimostra
la storia incarnata.
Le
consapevolezze che interessano la
Danzamovimentoterapia, collegata in modo
particolare alla terapia della Gestalt,
sono quelle che ricostruiscono la
globalità della funzione totale e
integrata dell’individuo.
Prima di
poter cambiare il proprio comportamento,
l’essere umano deve accettare le
sensazioni e i sentimenti ad esso
collegati. Riscoprire di poter accettare
la consapevolezza è un passo importante
nella direzione di uno sviluppo di nuovi
modi di comportamento. Tramite esercizi
diversi o la presenza protettiva del
terapeuta, che porta l’attenzione della
persona verso componenti rilevanti del
comportamento che vengono ignorate,
l’individuo impara ad aumentare la
consapevolezza.
Quest’ultima
è, nella sua forma migliore, un mezzo
per essere sempre al corrente di se
stessi. La consapevolezza è un processo
dinamico, è una sintesi di pezzi
smontati a una globalità comprensibile.
È un’esperienza rinfrescante e
vivificante.
La
terapia della Gestalt distingue, a
seconda degli aspetti dell’esperienza
umana su cui può essere concentrata,
quattro tipi di consapevolezza: la
consapevolezza sensoriale
(sensazioni e azioni), emozionale
(sentimenti), la consapevolezza
cognitiva (desideri) e la
consapevolezza di relazione
(valori e giudizi).
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