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Enciclopedia Menteviva

L’applicazione della Danzamovimentoterapia con gli adolescenti

 

a cura della dott.ssa Marilena Giammaresi

1. La sofferenza psicologica in adolescenza

Nell’adolescente affiora un equilibrio mentale diverso dalla fanciullezza, un equilibrio da cui dipenderanno la salute e il progresso o la malattia.

Negli adolescenti le dinamiche difensive assumono particolari connotati. Anna Freud (1946) ha descritto in modo esemplare il meccanismo difensivo dell’intellettualizzazione, cioè la ricerca attraverso l’esercizio del pensiero di un miglior controllo degli istinti.

È consuetudine affermare che tutti gli adolescenti appaiono egoisti e pieni di sé, ma si tratta, in realtà, di un passaggio obbligatorio del loro sviluppo per rinforzare le strutture dell’Io ed anche per organizzare un modello od una meta, che sia un’immagine soddisfacente di se stessi, ciò per creare “l’ideale dell’Io”. Secondo la teoresi psicodinamica l’ideale dell’Io, infatti, deriva dall’idealizzazione dei genitori da parte del bambino, ma anche dell’idealizzazione del bambino da parte dei genitori ed infine dall’idealizzazione di sé da parte del bambino stesso. Inoltre vi è il gruppo dei compagni che, fornendo richieste e attivando identificazioni, fornisce una parte importante dell’ideale dell’Io dell’adolescente. Argomento di centrale importanza nello studio del periodo adolescenziale è il disagio giovanile.

1.1 Il disagio giovanile 

Il disagio adolescenziale e il malessere diffuso tra i giovani, a livelli ormai preoccupanti, impongono a tutti il dovere di attuare concreti provvedimenti per cercare di ridurre tale forma di sofferenza e, se possibile, di eliminarne le cause.

Nel nostro tempo, un’ottica clinica che consideri i disturbi comportamentali dell’adolescente in modo dinamico e integrato con fattori ambientali e sociali è sempre più necessaria.

Nel mondo adolescenziale e giovanile, più sensibile ed esposto ai cambiamenti, possono essere evidenziate nuove espressioni di disagio mentale e comportamentale che, per la loro diffusione, assumono il ruolo di patologie sociali.

Spesso risulta incerto il confine tra tali forme di disagio estremo con malattie mentali quale depressione e psicosi.

I comportamenti a rischio possono essere considerati dei modi per provare sensazioni nuove e forti, con la componente relativa alla sfida e alla sperimentazione di sé.

Un numero crescente di adolescenti infatti risultano alla ricerca esasperata di sensazioni forti (sensation seeking).

La scarsa capacità di provare piacere rende molti giovani anedonici, abulici ed annoiati.

Negli ultimi anni è aumentato lo studio sui comportamenti ad alto rischio dei giovani adolescenti, comportamenti messi in atto da soli o in gruppo, segnalati perché contengono elementi di auto o eterodistruttività; lanciarsi da un ponte legati con un elastico, camminare sui cornicioni, attraversare torrenti in piena, guidare a forte velocità, sfidarsi a chi si toglie per ultimo da una situazione pericolosa come: dai binari del treno, uso di sostanze alcoliche. Il rischio che questi comportamenti hanno sulla salute può essere immediato come nel caso della guida pericolosa, oppure posticipato nel tempo come nel caso dei disturbi alimentari, delle condotte sessuali a rischio, del fumo, dell’assunzione di droghe e dell’abuso di alcol.

In generale, correre dei rischi fa parte della norma in questa fase dello sviluppo; Turz (1989) sottolinea, infatti, la necessità di considerare gli aspetti positivi e funzionali del rischio, che per l’adolescente può corrispondere a una volontà profonda di rinnovarsi.

Talora si evidenziano inoltre forti difficoltà a comunicare, a stabilire relazioni affettive o a comprendere stati emotivi.

Il disagio giovanile nella nostra epoca è connesso in qualche modo alla progressiva scomparsa dei “rituali di iniziazione” dalle pratiche collettive del nostro contesto culturale.

Nelle società che mantengono una marcata impronta tradizionale, culturalmente più vicine alle civiltà Primitive, i riti di iniziazione espletano una valida funzione di mediazione e di guida nelle situazioni di “passaggio” che segnano le tappe del processo individuativi. I riti di passaggio si collocano in un’area transpersonale nella quale il collettivo favorisce la differenziazione delle soggettività individuali, dialetticamente all’appartenenza gruppale e sociale.

Maggiore è l’appartenenza al gruppo, maggiore è l’aiuto che si riceve dal suo portato transpersonale ad “appartenere sempre meno”. Il gruppo sociale, lungo precise tappe codificate da altrettanto eventi a connotazione rituale, agevola il percorso evolutivo individuale, ogni stadio dal quale è caratterizzato peraltro da una parallela funzione sociale. Lo sviluppo individuale avviene in un’armonica articolazione con il collettivo e con la totalità. Nella nostra civiltà i legami di natura gruppale sono sempre più rarefatti e sempre meno teleologicamente orientati a incoraggiare i processi evolutivi. Le gruppalità transgenerazionali e transfamiliari si impoveriscono di significato e la famiglia nucleare, di conseguenza, si indebolisce nella sua funzione di promozione della crescita.

Nell’ambito di una generalizzata tendenza alla “cultura del narcisismo”, le aggregazioni giovanili spontanee sembrano rispondere prevalentemente a bisogni di carattere edonistico e i loro codici e linguaggi ad esigenze primarie di riconoscimento fusionale; il ritualismo in cui tali codici inevitabilmente si strutturano sempre meno veicola processi evolutivi: più che dei riti di passaggio esso ha la caratteristica della ripetizione stereotipata.

L’identità personale e gruppale gravita intorno all’esperienza del vuoto, della beanza, del “buco”: essa va dunque suggellata e trascritta, “tatuata” sul corpo che diventa esso stesso buco. Lo sviluppo esistenziale si arresta nella “coazione a ripetere”: ciclicamente colmare il vuoto e riprovarlo e ancora colmarlo. Alla sostanza è affidato il compito di compiere l’azione magica di cui il corpo è insieme realtà e simbolo.  

1.2. Il ruolo della sessualità in adolescenza

Per affermare la loro “adultità” gli adolescenti ricorrono a condotte sessuali molto precoci. La sessualità adolescenziale ha aspetti polivalenti, con vari significati nascosti e spesso si tende a considerare solo l’aspetto erotico, dimenticando che tali aspetti da una parte sono frutto di una continuità con le problematiche dell’infanzia e che, dall’altra, sono il risultato del disegnarsi di orizzonti nuovi e più vasti.

Bisogna tener conto che gli adolescenti, spesso, vivono situazioni di “crisi” e sono posseduti da un’angoscia che non sanno dove mettere. Vengono cioè a situarsi in quello spazio logico e affettivo che li chiama a mobilitarsi per tracciare un’esperienza esistenziale unitaria accompagnata dall’angoscia della scelta. In questo contesto, la masturbazione nell’adolescente non riveste un ruolo solamente edonistico, ma risponde molto spesso a un bisogno consolatorio rispetto agli insuccessi di vita.

L’adolescente, divorato da un’angoscia destrutturate, trova in questa pratica la soddisfazione ad un bisogno di riparazione. La sessualità, relazionale e non, contribuisce in un contesto così conflittuale, ad abbassare il livello di tensione e di angoscia fluttuante che sarebbe, altrimenti, poco sostenibile. Per il giovane l’aspetto consolatorio dell’attività sessuale raggiunge così lo scopo di ottenere una sedazione. La sessualità viene, in questo modo, adoperata come tranquillante.

Ė importante ricordare come i ragazzi possono evocare la loro depressione attraverso la sessualità. L’aspetto compensatorio rispetto alla depressione non è presente soltanto nella masturbazione, ma anche nella ricerca precoce della relazione con l’altro sesso. In questo caso la sessualità genitale serve a compensare un bisogno di contatto. La giovane coppia cerca nella sessualità genitale di colmare una lacuna affettiva, un contatto impossibile con l’adulto, una sessualità, talvolta, impulsiva e vissuta con le caratteristiche dell’addittività.

Un’altra dimensione essenziale del vissuto sessuale dell’adolescente è legata alla domanda del “chi sono io?” cui l’adolescente sente di dover rispondere. Possiamo quindi affermare che la sessualità, nel periodo adolescenziale svolge la funzione di fornire identità.

1.3 Adolescenti e suicidio

Il suicidio, inteso come modo per uscire dalla vita, nasce dalla convinzione d’aver perduto ogni possibilità di essere amati e dalla fantasia di trovare una liberazione da una situazione insostenibile. Per il suicida la morte tende ad assumere un significato liberatorio, perché essa riveste paradossalmente il significato di luogo in cui si può stare sereni e tranquilli, liberi da una “cattiva vita”. Le cause del suicidio sono sempre molteplici e difficili da stabilire poiché variano da caso a caso. Secondo diversi studi effettuati sull’argomento, risulta che gli adolescenti oggi soffrono per la mancanza di sicurezza e di identità  e ciò in rapporto ai cambiamenti repentini della società e della qualità della vita di famiglia, a causa del numero crescente delle separazioni, dei divorzi e dell’uso di droghe ed alcol, nonché della pressione per i successi scolastici, risoltisi, invece, in delusioni fallimentari, ed infine a causa dell’angoscia per il futuro. Fra le motivazioni apparenti più frequenti dei suicidi, troviamo quelle di un brutto voto a scuola,  ma il vero problema è il significato interiore della frustrazione vissuta in seguito al cattivo voto. Il giovane può pensare che non potrà essere tollerato dai genitori e questo potrebbe significare una brusca separazione da loro e, quindi, un motivo per desiderare la morte.

2. Danzamovimentoterapia e adolescenza

Le esperienze di Danzamovimentoterapia realizzate con soggetti adolescenti affetti da disturbi di personalità (disturbi schizotipici, disturbi ossessivi, borderline, narcisisti) hanno messo in evidenza l’importanza della corporeità (postura gestualità, tono muscolare, movimenti, vissuti del corpo, percezione , ascolto sensoriale) nella patologia, che si associa spesso a vissuti di frammentazione, sensazione di pesantezza, tensioni croniche localizzate, blocco delle articolazioni, proiezioni di parti del corpo, scarsa o inadeguata strutturazione del confine corporeo, perdita delle sensazioni interne che derivano dal movimento, chinesfera (spazio personale) indefinita.

Tali patologie in adolescenza possono assumere forme molto diverse, ma sono tutte la conseguenza di un grave disturbo dell’attaccamento cui il soggetto è stato sottoposto in modo costante nelle sue esperienze affettivo-relazionali primarie, nell’ambito del contesto familiare di appartenenza. Anche in assenza di particolari problematiche e conflitti, il soggetto adolescente deve confrontarsi con un lavoro molto impegnativo che lo coinvolge in modo totale.

In relazione all’organizzazione della sua identità personale adulta questo complesso, e per certi aspetti doloroso processo, implica il doversi impegnare per risolvere nuclei emotivi non risolti della sua storia evolutiva ed integrarli con l’insieme delle trasformazioni che investono tutti gli ambiti della sua vita, sia personale che familiare e sociale, sulla spinta delle pressioni sia interne ed esterne. Ciò comporta spesso il rischio di uno “scompenso” di una situazione di apparente equilibrio (gli scompensi psicotici adolescenziali, o le patologie del comportamento sociale o alimentare) o il rischio di una riattivazione, spesso esplosiva dal punto di vista sintomatologico, di una psicopatologia precedente che ora assume caratteri peculiari in rapporto alla delicatezza di questa fase evolutiva.

I quadri psicopatologici in adolescenza assumono caratteristiche specifiche e diverse da quelle dell’età infantile o adulta e presentano caratteristiche di fluidità e mutevolezza anche nelle manifestazioni cliniche e sintomatologiche. Non bisogna inoltre dimenticare che un adolescente psicotico è stato certamente un bambino molto disturbato con un funzionamento del pensiero di tipo psicotico o con una grave disarmonia dello sviluppo.

Se è vero che l’adolescenza in sé è stata da sempre, nel linguaggio quotidiano, considerato uno stadio “critico” nella vita personale di un individuo, poiché caratterizzata da problemi e complicazioni emozionali, bisogna evitare confusioni tra ciò che è il disagio fisiologicamente legato alla fase evolutiva e le condizioni di sofferenza psichica grave sostenuta da una patologia vera.

Troviamo poca letteratura in riferimento alla Danzamovimentoterapia con gli adolescenti, questo probabilmente riflette la difficoltà nel prendere in carico tali pazienti.

I disturbi adolescenziali hanno caratteristiche simili ai disturbi dei bambini e degli adulti, ma presentano caratteristiche peculiari.

In alcune patologie adolescenziali si riscontra una tendenza regressiva nel carattere e inoltre, sono presenti una confusione tra il desiderio di voler raggiungere un alto livello sociale una volta adulti e degli stati emozionali infantili estremamente primitivi.

I gruppi di Danzamovimentoterapia permettono di superare con facilità determinate situazioni problematiche.

Gli adolescenti che vengono seguiti dalle unità psichiatriche vivono generalmente delle crisi emotive o familiari, o ancora soffrono per esempio di anoressia o hanno avuto un primo episodio psicotico che in molti casi perdura in età adulta. Molti adolescenti che presentano problematiche mentali, inoltre, hanno subito violenze sessuali.

Studi recenti hanno messo in evidenza notevoli differenze tra i comportamenti aggressivi e autolesivi in pazienti di sesso femminile e maschile. In particolare il sesso femminile presenta dei comportamenti maggiormente autolesivi, gli uomini invece danno vita ad acting-out aggressivi e atti di vandalismo.

Molti adolescenti che richiedono aiuto psichiatrico hanno avuto dei rapporti familiari difficoltosi, a causa di genitori non presenti emotivamente; tali soggetti presentano difficoltà ad esternare i propri sentimenti per cui sono facilmente irritabili, e talvolta aggressivi.

Al fine di ottenere dei risultati soddisfacenti il danzamovimentoterapeuta deve dar vita a gruppi di lavoro con un setting ben strutturato, che prenda in considerazione sia gli aspetti emotivi infantili che quelli adulti e li indirizzi in maniera adeguata.

Gli adolescenti solitamente amano ballare, ascoltare la musica, frequentare night club e discoteche, per cui il movimento permette di agganciare il gruppo. Il danzamovimentoterapeuta può indirizzare le energie dei ragazzi nel movimento creativo spontaneo. All’interno del gruppo vige la regola del non giudizio, della condivisione, del silenzio e dell’ascolto del linguaggio non verbale e  questo evita l’insorgenza del blocco emotivo di un soggetto o di tutti i membri del gruppo. Il danzamovimentoterapeuta deve avere un’ampia formazione psicologica delle varie strutture corporee. Nel lavoro con gli adolescenti è possibile usare il movimento e l’immaginazione quasi esclusivamente. La Danzamovimentoterapia che usa le nuove strutture deriva dalla drammaterapia. Attraverso la DMT è così possibile sollecitare livelli di funzionamento relativi a fasi di sviluppo molto arcaiche, in cui l’esperienza corporea ha un ruolo centrale, avviando un processo trasformativo su diversi piani e funzioni che insieme costituiscono la globalità dell’essere: fisiologico, motorio-posturale, emotivo e cognitivo-simbolico.

2.1. Il punto di vista della psicologia funzionale

 Un concetto interessante elaborato in psicologia funzionale è quello dei piani funzionali del Sé.

Secondo questa impostazione per guardare alla complessità della persona bisogna considerare tutti i piani del suo funzionamento.

Il Sé allora sarebbe, secondo la psicologia funzionale, proprio l’insieme delle funzioni, un insieme organico e organizzato di processi che caratterizzano la persona.

Il Sé può essere definito, in tal senso, come l’organizzatore che permette all’organismo di creare schemi e rappresentazioni su tutti i piani psicocorporei, ovvero come l’insieme delle leggi che regolano l’interazione tra tutti i processi psicocorporei di un organismo visto nella sua interezza e globalità.

Dunque una visione funzionale del Sé esprime un funzionamento globale al quale tutti i piani psicocorporei concorrono, con la medesima importanza, ad una concezione che non è più piramidale (con un mentale che controllerebbe tutto l’organismo dall’alto), ma circolare. Vale a dire che tutti i piani funzionali contribuiscono all’organizzazione del Sé attraverso i processi che vi si svolgono, la loro organizzazione e la loro interazione.

In una concezione funzionale, il Sé è allora l’insieme di tutti i piani e processi psicocorporei esistenti e integrati tra loro dalla primissima infanzia e lo studio della capacità del neonato conferma tale ipotesi.

Tutte le funzioni psicocorporee si alimentano le une dalle altre intensificandosi vicendevolmente. Sono dunque le soddisfazioni di tutti i bisogni di base (sia pure alternati a pause e a momenti di mancanza), e non le frustrazioni, a far crescere l’intelligenza, la capacità elaborativa, la vita simbolica del bambino, così come del resto le altre sue capacità.

L’individuo si muove spinto dai bisogni fondamentali (che hanno necessità di essere soddisfatti), non nel senso meccanico e idraulico di un’energia che quando si è accumulata porta ad agire per scaricarsi, bensì nell’ottica del bisogno di trovare, lungo tutta la vita, esperienze di tal genere, cioè esperienze vitali e significative per il benessere dell’individuo.

I piani funzionali del Sé sono:

1.      il piano emotivo: tutta la gamma di affetti e sentimenti positivi e negativi che la persona vive nei confronti di se stessa e del mondo esterno, l’umore di base, l’atmosfera del proprio mondo affettivo, la possibilità e le modalità di espressione di questo mondo effettivo;

2.      il piano posturale e del movimento: è il piano psicomotorio classico,

3.      il piano fisiologico: tutti i sistemi e gli apparati dell’organismo, gli organi interni, la circolazione sanguigna, l’apparato respiratorio e le “materie” del corpo: (ossa, muscoli, pelle);

4.      il piano cognitivo simbolico: comprende i processi di consapevolezza, razionalità, progettualità e il  sistema dei valori profondi che la persona attribuisce agli eventi della vita. Tutte le funzioni che sono presenti sin dall’origine della vita vanno poi differenziandosi in relazione alla qualità degli stimoli ambientali e della relative esperienze. Alcune persone sviluppano maggiormente alcune funzioni rispetto ad altre. L’educazione e le pressioni sociali portano il bambino a sviluppare la funzione cognitivo simbolica e a mettere da parte la funzione movimento come se ci fosse una sorta di gerarchia che dà al pensiero e all’elaborazione verbale il primato di importanza rispetto a quello che il corpo e il movimento possono comunicare.

La Danzamovimentoterapia secondo il modello funzionale delle strutture psicocorporee, considera quindi il corpo come primo ancoraggio al senso d’identità. Il corpo e il movimento, la gestualità e la postura ci parlano delle emozioni dei ragazzi, dei loro pensieri, bisogni, desideri, blocchi e difficoltà. Si lavora spostando continuamente l’attenzione dal piano delle sensazioni e della percezione a quello della mobilizzazione del corpo ed a quello espressivo e simbolico con una forte attenzione alle esigenze individuali che sono spesso molto diverse.

La finalità generale principale del lavoro di DMT con gli adolescenti con disturbi della personalità, è il rafforzamento del senso d’identità individuale e dell’integrazione personale.

Gli obiettivi concernono la consapevolezza dello schema corporeo e dell’immagine di sé, la strutturazione di coordinate spazio-temporali interne ed esterne, la facilitazione degli scambi e delle dinamiche relazionali, il potenziamento delle capacità di ascolto di sé e dell’altro, la sollecitazione di parti sane e le potenzialità trasformative attraverso il lavoro creativo.

I fattori terapeutico riabilitativi della Danzamovimentoterapia sono molteplici, quali la capacità di contattare se stessi e gli altri in un modo diverso dal quotidiano attraverso il canale corporeo  (senza l’uso del verbale) e la possibilità di riattraversare in maniera ludica e condivisa le esperienze corporee arcaiche fondanti la soggettività (esperienze basilari del Sé), come le esperienze del lasciare il controllo, dell’affidarsi o del mostrarsi.

Il ragazzo può esprimere il proprio mondo affettivo in tutte le sue valenze, aggressività, sessualità, regressione, in un modo ludico mediato dal gioco corporeo.

La possibilità è quella di riappropriarsi del proprio corpo come elemento fondamentale per mantenere un’adeguata percezione di sé e come occasione per sperimentare modalità espressive e comunicative più autentiche e integrate rispetto al piano emotivo e cognitivo.

Il conduttore è il garante delle regole del setting. È attivamente propositivo nel lavoro e deve accompagnare il gruppo in un percorso di esplorazione, di conoscenza di sé e degli altri attraverso l’attivazione del canale corporeo, modulando le proposte e la qualità della sua presenza.

Il danzaterapeuta è nello stesso tempo artista e terapeuta. Egli propone dall’esterno, delle forme ai partecipanti. Ci sono momenti di improvvisazione, ma l’essenziale del lavoro terapeutico è basato su altre operazioni. I danzatori ricevono dunque movimenti dati dal danzaterapeuta; tali rappresentazioni visive, motorie e cinestesiche risvegliano in loro le pulsioni, le emozioni, i fantasmi e i ricordi ai quali saranno progressivamente articolate.

Il danzaterapeuta è quindi anche un pedagogo e questa funzione è indissociabile da quella di terapeuta.

Bisogna anche che egli sappia offrire i gesti al momento giusto, sta al danzamovimentoterapeuta  cioè scegliere, tra forme che, ha a disposizione, quelle che saranno motivanti e accettate dai partecipanti in quanto capaci di rappresentarli, cioè di articolarsi alle loro pulsioni. È necessario, in effetti, che le rappresentazioni motorie e vocali siano adatte ad effettuare il lavoro di riorganizzazione simbolica che sta alla base del cambiamento terapeutico.

Il conduttore deve possedere anche la capacità di analizzare lo stato del transfert che i danzatori fanno su di lui (per sentire quello che può proporre loro), nonché quella di padroneggiare i loro controstransfert.

“Soggetto supposto sapere” agli occhi dei partecipanti (condizione questa necessaria alla riuscita dell’impresa terapeutica, che implica l’esistenza di sentimenti transferali nei suoi confronti), il terapeuta non deve essere freddo né fusionale, ma trovare, rispetto ai danzatori, quella giusta distanza che permetterà loro di accedere all’autonomia fruendo della sua empatia senza cadere nella dipendenza del maternale o nell’obbedienza servile.

3. I concetti di corpo e consapevolezza nella DMT

Il Leib (corpo che vive) include le dimensioni corporee, psichiche e mentali dell’essere umano, con la sua integrazione nell’ambiente sociale ed ecologico, nell’ambiente di vita e nel mondo della vita. Quando si parla di un essere umano vivente, non ci si può riferire soltanto all’aspetto corporeo del suo Leib, perché si tocca sempre tutta la persona. Questo vuol dire che la relazione dell’avere il proprio corpo non può illuderci e che il soggetto di questo avere il corpo è sempre il Leib (essere il corpo).

Possiamo vedere il nostro corpo come un oggetto o come uno strumento dicendo di avere un corpo. L’orientamento sull’avere è pericoloso, perché ci permette di vedere il Leib-Subjekt, quello che siamo. Una relazione verso il corpo, orientata all’essere, si sviluppa se l’individuo riconosce invece di essere il proprio corpo.

Il nostro corpo è infatti la nostra storia, perché nel suo ricordo c’è il nostro passato e nella sua vitalità e dinamica c’è il nostro futuro; in ogni ruga si dimostra la storia incarnata.

Le consapevolezze che interessano la Danzamovimentoterapia, collegata in modo particolare alla terapia della Gestalt, sono quelle che ricostruiscono la globalità della funzione totale e integrata dell’individuo.

Prima di poter cambiare il proprio comportamento, l’essere umano deve accettare le sensazioni e i sentimenti ad esso collegati. Riscoprire di poter accettare la consapevolezza è un passo importante nella direzione di uno sviluppo di nuovi modi di comportamento. Tramite esercizi diversi o la presenza protettiva del terapeuta, che porta l’attenzione della persona verso componenti rilevanti del comportamento che vengono ignorate, l’individuo impara ad aumentare la consapevolezza.

Quest’ultima è, nella sua forma migliore, un mezzo per essere sempre al corrente di se stessi. La consapevolezza è un processo dinamico, è una sintesi di pezzi smontati a una globalità comprensibile. È un’esperienza rinfrescante e vivificante.

La terapia della Gestalt distingue, a seconda degli aspetti dell’esperienza umana su cui può essere concentrata, quattro tipi di consapevolezza: la consapevolezza sensoriale (sensazioni e azioni), emozionale (sentimenti), la consapevolezza cognitiva (desideri) e la consapevolezza di relazione (valori e giudizi).

 

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