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Enciclopedia Menteviva

L’applicazione della Danzamovimentoterapia nei disturbi alimentari

 

a cura della dott.ssa Marilena Giammaresi

Oggi è in corso un acceso dibattito sulla possibilità di utilizzare la Danzaterapia con pazienti affette da disturbi alimentari, è ancora diffusa infatti l’opinione secondo cui l’anoressia mentale rappresenterebbe una controindicazione se non l’unica alla Danzamovimentoterapia. Le argomentazioni avanzate a sostegno invece della DMT nel trattamento dei disturbi alimentari ruotano intorno all’isomorfismo tra la Danzaterapia (che fa ricorso a codici corporei) e la patologia anoressica (i cui comportamenti sintomatici si esprimono attraverso il linguaggio corporeo). Le anoressiche pur essendo all’apparenza adeguate sul piano cognitivo e su quello della relazione sociale, presentano infatti un’immagine corporea distorta e delirante.

Ci si chiede se sia legittimo estromettere dal campo terapeutico uno strumento comunicativo e un canale linguistico così importante, solo perché quasi interamente occupato nello stato patologico da un’espressività sintomatica; sembrerebbe di no, occorre, piuttosto, approfondire la ricerca sull’impiego clinico del linguaggio corporeo, le cui potenzialità appaiono particolarmente interessanti, e non solo nelle patologie alimentari psicogene, proprio in forza degli isomorfismi che consentono di incontrare il paziente nel medesimo universo di codici simbolici, di parlare insomma il suo stesso linguaggio.

Il quadro clinico è molto caratteristico, si stabilizza in 3-6 mesi, dopo un periodo caratterizzato dal desiderio di seguire una dieta, per perdere qualche chilo. Un evento scatenante può essere individuato: un conflitto o una separazione familiare, un lutto, una nascita, una rottura sentimentale, un avvenimento che assume il significato di una perdita-separazione. La restrizione alimentare si aggrava e il sintomo anoressico diventa evidente.

La condotta anoressica, se nel periodo iniziale resta moderata, diviene poi costante, risoluta e perseguita energicamente. Il comportamento alimentare si modifica, la paziente seleziona gli alimenti, trita senza fine il contenuto del suo piatto, mastica ripetutamente.

I pasti familiari sono occasioni di conflitti e tensioni a causa dell’insistenza dei genitori o viceversa per i loro sforzi di non dire niente. Talvolta compaiono crisi bulimiche, tali crisi sono vissute con il sentimento di sbagliare, di vergogna e portano manovre per evacuare le calorie.

Il dimagrimento, inizialmente lieve, raggiunge poi livelli spettacolari. La paziente si pesa regolarmente, si sente soddisfatta quando rileva una perdita di peso, nega il dimagrimento, talvolta si sente ancora troppo grassa pur essendo  notevole il suo calo ponderale.

L’amenorrea è un segno costante e alcuni lo considerano necessario per la diagnosi, e in genere, persiste dopo che il peso è stato riacquistato.

Si riscontra, inoltre, un’iperattività intellettuale e/o fisica. In genere esiste un iperinvestimento per lo studio, pretesto per un frequente isolamento sociale. L’iperattività fisica non è invece modificata dal dimagrimento.

La percezione distorta dell’immagine del corpo è abituale. Esiste un timore ossessivo di essere magra che persiste anche quando il dimagrimento è rilevante.

Vi è disinteresse per la sessualità e il  desiderio di ritrovare il corpo prepubere è talvolta esplicitamente espresso, come anche il rifiuto di crescere.

Le madri delle anoressiche vengono descritte come ansiose e ipocondriache, sarebbero ambiziose e userebbero le proprie figlie come valorizzazione narcisistica di se stesse. L’interesse per l’aspetto fisico del bambino è eccessivo. Sarebbero iperprotettive, in altri casi le madri delle anoressiche sarebbero descritte come fredde. I padri sono cordiali, spesso permissivi e isolati, e intervengono poco nelle decisioni familiari. La coppia dimostra un’unione superficiale, spesso uno dei membri è molto disturbato, la dipendenza tra i membri della famiglia può essere estrema, infatti tra le cause dei disturbi del comportamento alimentare si parla sempre di eccessiva dipendenza affettiva e di invischiamento familiare.

In patologie caratterizzate da una grande difficoltà a pensare il problema e dalla tendenza a veicolarlo sintomaticamente attraverso il corpo, si ritiene che la Danzaterapia possa attivare processi psicodinamici in un orizzonte linguistico possibile, con il duplice obiettivo di generare una nuova esperienza di sé a livello del simbolismo corporeo, per facilitare l’accesso al livello simbolico-elaborativo.

Tale ipotesi di lavoro viene supportata dalle evidenze empiriche di alcune esperienze italiane (De Vera D’Aragona 1986; Ruggirei e Fabrizi 1994; Sorti 1997) e straniere (Schott-Billman et al.), che davano grande importanza alle analogie con quadri psicopatologici caratterizzati da espressività sintomatica prevalentemente corporea e da un grado più o meno evidente di alexitimia (tossicodipendenze, psicosomatosi), quadri quali la Danzamovimentoterapia si rivela efficace (Schott-Billmann, 1989; Marcolongo e Saccorotti 1995). Un setting strutturato sul linguaggio psicomotorio colloca infatti rapidamente e intensamente l’esperienza nell’universo protomentale, consentendo al contempo di utilizzare creativamente le potenzialità, specie ove l’accesso immediato all’universo transferale (Napolitani, 1987) risulti problematico e di difficile gestione, in considerazione della peculiarità della psicopatologia.

Rilevante è la convinzione che le pluralità dei punti di aggancio, delle metodologie e dei canali linguistici possa produrre un intervento sinergico, che non risulti sproporzionalmente carente in rapporto alla gravità delle problematiche psicopatologiche cui si intendeva far fronte. Il trattamento multimodale, si ipotizza possa consentire di :

1)      fruire di una molteplicità di punti di aggancio;

2)      intervenire simultaneamente e in modo complessivo sul bios, sul soma, sulla psiche, sulla relazione, sulla famiglia interna ed esterna;

3)      promuovere reciproche facilitazioni tra psicoterapia e terapia espressiva, tra farmacoterapia e psicoterapia, tra lavoro individuale e lavoro con la rete relazionale, tra risorse del gruppo e dell’individuo;

4)      formulare programmi di lavoro diversificati, rispettosi delle differenze individuali, situazionali, culturali, delle inclinazioni;

5)      offrire alternative all’insorgenza di resistenze e al drop-out.

Se allora il corpo è topos del sintomo anoressico-bulimico e luogo del tentativo (sintomatico anch’esso) di autoguarigione, un intervento a mediazione corporea si pone come isomorfo e quindi facilitante l’ingaggio relazionale, ma presenta forse difficoltà di processualità evolutiva. Un intervento di mediazione corporea, infatti, proprio perché tocca i nuclei essenziali del disturbo con il medesimo linguaggio, può evocare angosce e resistenze non indifferenti.

Allo stesso modo se il gruppo e il pensiero verbalmente concepito ed espresso sono topos del falso Sé e dell’apparente adattamento sociale, fuggiti quando veicolano una relazione più intima e trasformativa (per la quale è invece ricercata la diade), essi provocano forse iniziali resistenze, ma offrono  al momento buono preziose risorse di ricircolazione. Nel campo operazionale specifico del movimento, si sono confermati e arricchiti alcuni elementi di ipotizzazione:

1.        l’esperienza relazionale delle anoressiche si svolge per lo più sul piano sagittale (avanti-indietro), a cominciare dalla direzione dello sguardo e dell’oscillazione del baricentro. È assai frequente nelle anoressiche realizzare un’apertura solo apparente delle braccia che, anziché circondare  uno spazio condivisibile, vengono abdotte oltremisura all’indietro, facendo in un certo modo implodere lo spazio. L’investimento dello spazio frontale sembra più facilmente realizzarsi per tramite del gruppo nel suo insieme, attraverso la lunga riproposizione della disposizione circolare centripeta, che denota di per sé una dimensione frontale-laterale;

2.        lo spazio espressivo dell’esistenza ci sembra poter essere recuperato più agevolmente attraverso l’identificazione nel corpo gruppale che si assottiglia e prende volume, contiene e armonizza peso e leggerezza, si espande e si contrae, si colloca nello spazio e contiene spazio;

3.        si va facendo strada la convinzione che, se nella psicopatologia           dell’anoressia è riscontrabile un’immagine corporea delirante, il delirio si collochi proprio a livello dell’immagine, si sviluppi cioè su circuiti senso-percettivi visuali e sulla specificatamente correlata elaborazione          corticale. Si pensa anche che ciò possa realizzarsi attraverso una drastica riduzione-esclusione dell’afferenza cinestesico-propriocettiva, non si spiegherebbero altrimenti il rapido miglioramento correlato agli aspetti di educazione percettiva impliciti nella Danzamovimentoterapia, o la facilità con cui le pazienti hanno lavorato sulla diade peso-leggerezza quando guidate da una funzione interna come la respirazione. Del resto è osservazione comune nelle anoressiche il terrore di guardarsi le membra o gli abiti  (Bandler e Grinder, 1975).

 

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