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Enciclopedia Menteviva

Danzamovimentoterapia con tossicodipendenti

 

a cura della dott.ssa Marilena Giammaresi

Le cause primarie della tossicodipendenza risiedono nella struttura individuale di una persona e non nella reazione farmacologia alla droga

Il tossicodipendente trova nella droga l’unica forma di adattamento a cui può riferirsi, un tentativo di far fronte a uno stress psichico, di regolare una disarmonia intrapsichica insopportabile e di evitare la caduta in un abbandono totale. La tossicodipendenza può essere considerata come una risposta all’ansia di crescere, contenente in sé una funzione autoterapeutica, che il soggetto mette in atto per poter sopravvivere alla sofferenza generata dal contatto profondo con un mondo emotivo che non ha possibilità di poter essere espresso né simbolizzato per mezzo della parola.

A causa della mancanza di difese sane, forti e sufficienti il dipendente non riesce a agire sulla base delle sue forze psichiche interiori, ma solo con la droga.

Sembra che le cause della dipendenza siano date da una disposizione (fattori individuali e socioculturali) o da esperienze recenti traumatiche che portano a una fissazione orale ma anche a una paura delle situazioni di tensione.

In un’ottica psicodinamica la problematica della tossicomania ha origine in fasi arcaiche dell’esistenza. Gli aspetti predominanti del funzionamento e della struttura della personalità del tossicodipendente sono prevalentemente un disturbo dell’elaborazione del narcisismo legato a una realizzazione non adeguata del processo di de-fusione e separazione, uno sviluppo non completo della funzione simbolica, una fissazione libidica alla fase orale con incapacità di stabilire una valida relazione d’oggetto e quindi relazioni fondate sullo scambio e sul rispecchiamento.

Secondo Olivenstein (1983) l’evento che segna la vita del futuro tossicomane si colloca in quella che Lacan ha definito “fase dello specchio”. La problematica del tossicodipendente infatti secondo Olivenstein (1983), dipende da un non adeguato funzionamento del processo di rispecchiamento: di fronte allo specchio al bambino non viene rimandata un’immagine integrata, ma «un’immagine frammentata incompleta, carica e deforme dei vuoti lasciati dalle assenze dello specchio e violentemente ricondotta dunque, attraverso di essi, all’esperienza dello stato precedente: la fusione con la madre, l’indifferenziazione del Sé (Olivenstein 1983).

Questa esperienza, definita dello “specchio infranto”, invece che aiutare il bambino a superare l’angoscia  della differenziazione, determina l’arresto del processo evolutivo e lascia spazio al desiderio e alla nostalgia per il paradiso perduto, all’esperienza della fusione e della indifferenziazione in cui non esiste la sofferenza e ad un totale e avvolgente piacere.

Facendo riferimento a questa impostazione teorica, si può quindi affermare che l’atto compulsivo e reiterato dell’assunzione della sostanza non è altro che il tentativo di riprodurre questa esperienza illusoria di fusione, questo stato di onnipotenza in cui la madre come oggetto d’amore assoluto, non differenziato da sé, viene ricercata e identificata nella sostanza.

L’uso dello stupefacente può essere considerato quindi come il tentativo di prendere le distanze o meglio annullare la sofferenza relativa al contatto con il mondo interno dei conflitti emotivi in un modo talmente radicale da comportare l’annullamento del soggetto stesso.

I fenomeni della dipendenza devono essere valutati in relazione ai fenomeni micro/macro dissociativi, anch’essi situati lungo un continuum che va dal normale al patologico di uno spettro il cui elemento comune sarebbe quello del ricorso a esperienze di isolamento e di sottrazione del Sé dalla realtà, quando questa è causa di tensioni e di angosce che non possono essere elaborate e trasformate nell’ambito dello stato di coscienza ordinario (Caretti, Di Cesare 2005).

Cancrini (1991) individua quattro tipologie di tossicodipendenti. In ciascuna di esse prevarrebbero rispettivamente:

a)      difficoltà di svincolo, senso di colpa, impotenza a verbalizzare i propri vissuti emotivi;

b)      polarizzazione somatica di conflitti nevrotici;

c)      compresenza di meccanismi nevrotici e psicotici, con prevalente connotazione depressiva e grandi difficoltà di insight;

d)      prevalenti disturbi comportamentali, pattern relazionali manipolativi e sfidanti.

L’uso della droga porta a un cambiamento del sentire, del percepire, del vivere il corpo. La maggior parte dei tossicodipendenti perde la sensibilità per sé stesso, non sente di cosa ha bisogno e chi è. Sotto l’influenza di LSD (Acido lisergico), ad esempio, si notano disturbi dello schema corporeo.

Con la perdita del contatto con il corpo vengono a mancare le esperienze di come si possono vivere limiti e contatti, così mancano importanti premesse per lo sviluppo dell’Io, dell’identità, nonché per il cambiamento e la crescita.

 Affermiamo quindi che il lavoro sulla percezione e sulla corporeità è una meta importante per arrivare a un miglioramento della consapevolezza e a una espressione autentica del Sé.

L’esperienza tossicomania con le sostanze costituirebbe un inedito rituale infinitamente ripetuto, che affida al corpo la rappresentazione dell’unico passaggio possibile: il ciclo autoperpetuantesi di fusione e separazione, di fuga e ritorno al gruppo, di vita e morte, di sofferenza e beatitudine. Poiché l’uso di droghe non costituisce in sé la malattia, bensì una sorta di autoterapia (il cui potere meta è in mano agli iniziati) nei confronti di una malattia il cui volto e la sua storia rimangono nel non detto, per usare la terminologia di Olivenstein, il vero problema terapeutico nasce all’atto della sospensione dell’abitudine assuntiva, quando cioè il soggetto rinuncia per sempre (e sempre è anche solo un minuto, se per lui un minuto può avere spessore di eternità) ad una totalità che è di piacere, ovvero di cessazione di dolore, di annullamento dei soli divieti attuali: il rifiuto di nascere e il rifiuto di morire (Olivenstein, 1988). Il vero problema terapeutico nasce nel momento in cui il soggetto impara a non voler più essere tutto.

Il problema terapeutico è quindi che l’esperienza deve costituire in qualche modo un ricalco dell’esperienza simbiotica (senza il quale in nessun modo accederebbe all’inesprimibile bisogno del soggetto) e porsi contemporaneamente nei confronti di essa come radicale alternativa, veicolarne il superamento. Il disagio emotivo che sta sullo sfondo di ogni tossicomania ha quasi sempre una dimensione d’impatto fortemente somatica, corporea; è un disagio che non ha sinora avuto parole, che non si è articolato in una dimensione simbolica, che ha parlato il linguaggio della cosa-sostanza.

La danza in senso generale è esperienza corporea e psichica: utilizza il corpo per simbolizzare, per significare. Il gesto veicola ed esprime le emozioni. Tuttavia ogni forma di danza e di Danzamovimentoterapia non  producono automaticamente una benefica espressione emotiva in ogni condizione di disagio o di franca patologia.

Il gruppo dei danzatori dell’Expression Primitive, rappresentando sincronicamente e aritmicamente le medesime sequenze di movimenti, esplica una funzione materna di contenimento e una funzione paterna di strutturazione, sollecitando altresì l’emergere della dinamica imitativa tipica del gruppo allargato e di altri fra i più primitivi fenomeni psicodinamici collettivi (Kreeger, 1975; Ancona 1993). La tecnica coreutica ripropone strutturalmente a livello corporeo un ricalco efficace dei vissuti cinestesici e cenestesici primari, incontrando a un livello prelinguistico i soggetti dominati da dinamiche fusionali e proprio al medesimo livello attivando il cambiamento. Il tamburo (a guisa di cuore materno), proponendo incessantemente ritmi binari (come quelli della pulsazione cardiaca, del respiro, della deambulazione…), incontra il soggetto nel suo abbandono regressivo e lo riattiva inducendolo a danzare la propria interezza psicocorporea. I gesti stilizzati elementari ispirati a coppie di contrari (correlate a dinamismi e nuclei emozionali primari, quali prendere/lasciare, avvicinarsi/allontanarsi, nascondere/mostrare, aprire/chiudere) e a contenuti archetipici (colpire, cullare, offrire, cacciare, seminare, raccogliere) attivano a partire dal corpo un processo di simbolizzazione preverbale o metaverbale (Borgna, 1978), un discorso gestuale nello spazio vuoto del non detto, un gioco di rappresentazioni che canalizza e struttura il vortice incontrollato delle correnti emozionali, quello stesso vertice che si suppone costituisca il vissuto insopportabilmente doloroso di chi, per distanziarsene, ricorre alle sostanze stupefacenti.

L’andamento ritmico, ciclico e ripetitivo delle sequenze gestuali dell’Expression Primitive struttura la polarità dei conflitti in un’alternanza che, se in generale nelle psicosi e negli stati limite materializza nel corpo danzante del gruppo una sorta di “pedagogia della defusione” e un modello simbolico della distanza di relazione, riprodurrebbe in particolare nei tossicodipendenti (anche qui in modo simbolico) l’“andirivieni” di cui parla Olivenstein (1983) tra sacro, simbiosi e beanza: questa volta però in una dimensione strutturata, evolutiva e comunicativa, in alternanza alla dismisura e alla trance solitaria. Il processo si svolge attraverso la mediazione rassicurante della rappresentazione artistica, che permette al soggetto di viverlo in prima persona (addirittura nel proprio corpo), ma con la confortante distanza psicologica introdotta dalla finzione poetica.

La vocalità che in Expression Primitive accompagna la danza amplifica il dialogo gestuale e riproduce la componente cantilenante materna del dialogo primario. Si realizza una dimensione exstratensiva e intrinsecamente relazionale, in alternativa all’introversione narcisistica prevalente anche nella personalità tossicomanica.

L’esperienza nel suo complesso struttura un rituale di articolazione interna (del sé corporeo) ed esterna (con il gruppo, con lo spazio e il tempo oggettivi). Il rituale fa rivivere, in una dimensione interattiva, gli “dei defunti” che l’esperienza di tossicomania, in una dimensione solipsica, ovvero di indifferenziazione collettiva, sostituisce con la sostanza.

La ripetizione consente, nella danza ritualizzata dell’Expression Primitive, di entrare nel gesto enunciato nel gruppo e progressivamente differenziarsene attraverso la propria enunciazione personale. Attraverso il simbolismo gestuale entrano in gioco nella ripetizione delle sequenze elementari delle matrici traspersonali dei partecipanti; parimenti per mezzo della ripetizione e del simbolismo gestuale e data loro l’opportunità di una progressiva differenziazione, in una dialettica idem e autòs (Napolitani, 1987) prima bloccata, risiede la fuga del Sé nel viaggio della stupefazione come sola alternativa all’identificazione massiva con le matrici di base.

I cicli ripetitivi di danza rituale, in altri termini, divengono la metafora di un’appartenenza genetica, sociale, culturale, affettiva: il rituale dell’Expression Primitive si costituisce allora metaforicamente come vero e proprio rito di iniziazione che all’interno dell’appartenenza gruppale, veicola la differenziazione.

La Danzaterapia con l’Expression Primitive può diventare così supporto per un percorso di ricostruzione narcisistica, di strutturazione delle tappe evolutive, di acquisizione di adeguati modelli di relazione e di reciprocità.

Perché questo percorso sia praticabile, occorre la continua compresenza di un contenitore adeguato (regola) e di una spinta permessa all’autonomia (individuazione). Nella Danzaterapia con l’Expression Primitive la regola è intrinseca alla struttura ritmica ed alla codifica dell’azione gestuale e lo spazio individuativo si genera a partire dal risveglio corporeo e dal margine, comunque lasciato all’improvvisazione.

La Danzaterapia con l’Expression Primitive può essere utilmente impiegata solo se all’interno di percorsi progettuali specifici. Tre sono i principali contesti operativi in cui si collocano gli interventi preventivi: il territorio, il SER.T., la comunità.

In ambito territoriale sono ipotizzabili gli interventi più diversi, che vanno dalla prevenzione primaria del disagio in incubazione e di quello manifesto, alla formazione di operatori della fascia intermedia e del terzo settore, al trattamento di problematiche manifeste e al reinserimento di soggetti precedentemente trattati in comunità.

Per ciò che riguarda la prevenzione primaria, il gruppo di Expression Primitive si colloca molto opportunamente nella programmazione dei CIC, subordinatamente ad un progetto coordinato con gli insegnanti e gli studenti destinatari dell’intervento. LExpression Primitive interviene a prescindere dalla mediazione verbale sul disagio in incubazione e, assai più importante, attiva le risorse gruppali che stanno alla base di soluzioni ecologiche alle problematiche giovanili. Attraverso il linguaggio dell’Expression Primitive il gruppo struttura un codice corporeo e un rituale condiviso, mediante il quale veicola nel gioco interattivo i contenuti emozionali legati alle fasi di passaggio evolutivo. L’Expression Primitive si è rivelata un efficace strumento di aggregazione di questi gruppi intermedi tra l’istituzione pubblica e l’utenza, strumento senza il quale il SER.T. somiglia ad un avamposto isolato in una landa ostile e inesplorata.

Il SER.T., infatti, oltre a rappresentare un interlocutore istituzionale per enti giudiziari ed oltre a fungere da dispensario farmacologico, vede nella sua insufficiente proiezione territoriale una causa forse determinante la sua scarsa efficacia quale agenzia terapeutica.

Le problematiche psicopatologiche e di personalità dei tossicodipendenti devono gioco forza essere affrontate per mezzo di una credibile funzione ausiliaria, tramite un linguaggio, ed un contenimento adeguati.

Il gruppo può costituire una dimensione terapeutica preferibile al setting duale, eccessivamente soggetto alle ben note manipolazioni relazionali messe in atto da tossicodipendenti. I linguaggi del gruppo devono essere vari e adeguati alla problematica, che implica contenuti e livelli emozionali non abituali, a fronte della mancanza di maturità personologiche rilevanti anche in termini di capacità di simbolizzazione e di elaborazione. Un trattamento di gruppo in un setting con caratteristiche ambulatoriali è quindi sproporzionalmente debole.

Una prospettiva di notevole interesse, in relazione a una ipotizzabile funzione terapeutica territoriale dei SER.T., è la realizzazione di centri diurni.

Se il gruppo terapeutico rappresenta la via più percorribile per l’ingaggio e l’avvio di un processo ricostruttivo del soggetto, se il gruppo è per giovani adulti il mediatore più verosimile per una funzione di “io ausiliario”, una funzione ad un tempo di contenimento e di ricircolazione psicoemotiva, il centro diurno è la materializzazione spaziale del gruppo.

La Danzaterapia porterebbe all’interno dei centri diurni la risorsa preziosa di un codice linguistico non verbale fortemente strutturante, un codice che in generale agevola la formazione e il processo del gruppo e che in particolare si rivolge alla fascia di soggetti per il quale un approccio verbale si rivela insufficiente o fallimentare. Qualunque sia la collocazione della Danzaterapia all’interno del progetto complessivo del centro diurno, riteniamo però che essa debba:

1)       svolgersi almeno bisettimanalmente;

2)       implicare nelle prime fasi una conduzione direttiva e una dinamica imitativa;

3)       prevedere successivamente, per tempi molto limitati, la conduzione circolare da parte dei membri del gruppo;

4)       enfatizzare ulteriormente gli aspetti ripetitivi e ritmici nell’esplorazione fino in fondo di un ancor più ristretto ed essenziale patrimonio gestuale.

Se si è parlato di Expression Primitive nei centri diurni nella dimensione del gruppo terapeutico, riteniamo invece che la dimensione del gruppo di animazione a utenza mista sia quella più adeguata al suo impiego nei progetti di reinserimento dopo il trattamento in comunità. La dimensione espressiva, comunicativa e creativa sono qui in primo piano. Il lavoro in assetto frequentemente circolare, uno spazio relativamente maggiore riservato all’improvvisazione, la dimensione numerica del medio grande gruppo sono le caratteristiche di un’azione gruppale vitale e creativa, metafora della tribù, che poggia sull’ormai avvenuta interiorizzazione della regola ritmica e del codice simbolico corporeo.

La ricostruzione della dialettica appartenenza-individuazione, il lavoro sul confine del Sé, l’acquisizione di capacità simboliche metaverbali per esprimere e canalizzare le emozioni, ci sembrano gli obiettivi cui può concorrere l’impiego della Danzaterapia con l’Expression Primitive, compatibile con la funzione di contenitore cui rimanda la comunità intesa come luogo fisico, come realtà gruppale e come cornice istituzionale.

 

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