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a cura di
Camilla Marchese
Il
termine burnout compare per la prima volta negli Anni '30 nel
gergo sportivo e indica il fenomeno per il quale un atleta, dopo
alcuni anni di successi, si esaurisce, ossia “si brucia”. A partire
dagli Anni '70 entra nella terminologia dell'ambito lavorativo, in
particolare nella letteratura riguardante le professioni d'aiuto. E'
un termine che non è ancora contemplato dal DSM-IV, cioè dal sistema
di classificazione internazionale delle patologie psichiatriche, non
ha ricevuto nessun riconoscimento istituzionale ed è trascurato dai
sindacati. Viene spesso erroneamente interpretato come scarsa
motivazione, incompetenza, fragilità psicologica.
Il termine è stato introdotto
in psicologia per la prima volta da Maslach (1982) per indicare una
malattia professionale degli operatori d’aiuto. Oggi il suo campo di
indagine si estende e diventa una patologia comportamentale a carico
di tutte le professioni ad elevata implicazione relazionale.
Occorre distinguere il burnout dallo stress: il burnout
può manifestarsi in concomitanza dello stress e lo stress può
esserne una concausa, ma non necessariamente quando c'è una
situazione di stress c'è anche burnout. Quando si parla di
burnout si parla di una sindrome, cioè di una costellazione di
sintomi e segni. Il burnout è diverso anche dalle nevrosi: si
tratta di una patologia comportamentale più che di un disturbo della
personalità. Edelwich e Brodsky (1980) definiscono il burnout
come una progressiva perdita di idealismo, energia e scopi, vissuta
da operatori sociali, professionali e non, come risultato delle
condizioni in cui lavorano. Lo stesso Progetto di Legge 4562 del 2
maggio 2000 riporta la definizione del burnout come:
"Sindrome di esaurimento emozionale, di spersonalizzazione e di
riduzione delle capacità professionali che può presentarsi in
soggetti che per mestiere si occupano degli altri e si esprime in
una costellazione di sintomi quali somatizzazioni, apatia, eccessiva
stanchezza, risentimento, incidenti". La sindrome del burnout
è caratterizzata da particolari stati d'animo (ansia, irritabilità,
esaurimento fisico, panico, agitazione, senso di colpa, negativismo,
ridotta autostima, empatia e capacità d’ascolto), somatizzazioni
(emicrania, sudorazioni, insonnia, disturbi gastrointestinali, ecc.)
e reazioni comportamentali (assenze o ritardi frequenti, distacco
emotivo, ridotta creatività, ecc.). E’ lecito chiedersi a
questo punto come si fa a rilevare la presenza di burnout?
Uno dei primi e dei più importanti strumenti è il Maslach Burnout
Inventory. In questo test vengono individuati tre ambiti di
burnout. Il primo riguarda l'esaurimento emotivo,
cioè lo svuotamento delle risorse emotive e personali. Prevalgono la
stanchezza, la fatica e i sintomi psicosomatici. Può presentarsi in
concomitanza a sindromi ansiose o depressive, ma non
necessariamente. Il secondo ambito riguarda la
depersonalizzazione, cioè il soggetto si sente inadeguato al
suo compito ed assume atteggiamenti e sentimenti negativi, cinici,
di distacco nei confronti degli altri. Il terzo riguarda la
bassa realizzazione professionale, il soggetto si valuta in
modo negativo sul lavoro, ha bassa autostima, viene meno il
desiderio di successo, è frustrato per la mancata realizzazione
delle sue aspettative, perché sente che la propria soddisfazione
dipende da agenti esterni, dalle istituzioni, dalle riforme, ecc.
Individuarne le cause è piuttosto difficile, poiché si tratta di un
fenomeno multidimensionale, influenzato da più fattori, sia di tipo
oggettivo sia soggettivo. I fattori soggettivi sono particolarmente
importanti, infatti, persone diverse che condividono uno stesso
ambiente lavorativo non tutte sviluppano la sindrome. Molto dipende
dalla loro personalità, dalle strategie di coping, dalle esperienze
precedenti, dalla resistenza allo stress e alle frustrazioni.
Tra gli specialisti quelli più a
rischio per il burnout sono quelli che operano nell’ambito della
medicina generale, della medicina del lavoro, della psichiatria,
della medicina interna e dell’oncologia. Tra i fattori oggettivi
possiamo evidenziare elementi di tipo socio-organizzativi quali le
aspettative connesse al ruolo, le relazioni interpersonali, le
caratteristiche dell’ambiente di lavoro, l’organizzazione stessa del
lavoro, l’ambiente fisico (poco arieggiato, scarsamente luminoso,
angusto, lontano, ecc). Inoltre sono state studiate le relazioni tra
variabili anagrafiche (sesso, età, stato civile) e insorgenza del
burnout. Tra queste l’età è quella che ha dato luogo a maggiori
discussioni tra i diversi autori che si sono occupati
dell’argomento. Alcuni sostengono che l’età avanzata costituisca uno
dei principali fattori di rischio di burn-out, mentre altri ritiene
invece che i sintomi di burnout sono più frequenti nei giovani, le
cui aspettative sono deluse e stroncate dalla rigidezza delle
organizzazioni lavorative.
alcune ricerche, però, sembrano indicare una polarizzazione tra
“specializzazione a più alto burnout”, dove spesso ci si occupa di
pazienti cronici, incurabili o morenti, e “specializzazione a più
basso burnout”, ove i malati hanno prognosi più favorevole.
L’insorgenza della sindrome di burnout negli operatori sanitari
segue generalmente quattro fasi.
1.
La prima fase
(entusiasmo idealistico) è caratterizzata dalle motivazioni che
hanno indotto gli operatori a scegliere un lavoro di tipo
assistenziale: ovvero motivazioni consapevoli (migliorare il mondo
e, se stessi, sicurezza di impiego, svolgere un lavoro meno manuale
e di maggiore prestigio) e motivazioni inconsce (desiderio di
approfondire la conoscenza di sé e di esercitare una forma di potere
o di controllo sugli altri); tali motivazioni sono spesso
accompagnate da aspettative di “onnipotenza”, di soluzioni semplici,
di successo generalizzato e immediato, di apprezzamento, di
miglioramento del proprio status e altre ancora.
2.
Nella seconda
fase (stagnazione) l’operatore continua a lavorare, ma si accorge
che il lavoro non soddisfa del tutto i suoi bisogni. Si passa così
da un superinvestimento iniziale a un graduale disimpegno.
3.
La fase più
critica del burnout è la terza (frustrazione). Il pensiero dominante
dell’operatore è di non essere più in grado di aiutare alcuno, con
profonda sensazione di inutilità e di non rispondenza del servizio
ai reali bisogni dell’utenza; come fattori di frustrazione
aggiuntivi intervengono lo scarso apprezzamento sia da parte dei
superiori che da parte degli utenti, nonché la convinzione di
un’inadeguata formazione per il tipo di lavoro svolto. Il soggetto
frustrato può assumere atteggiamenti aggressivi (verso se stesso o
verso gli altri) e spesso mette in atto comportamenti di fuga (quali
allontanamenti ingiustificati dal reparto, pause prolungate,
frequenti assenze per malattia.
4.
Il graduale
disimpegno emozionale conseguente alla frustrazione, con passaggio
dalla empatia alla apatia, costituisce la quarta fase, durante la
quale spesso si assiste a una vera e propria morte professionale.
Dal quadro
finora descritto, risulta che la sindrome del burnout è un disturbo
piuttosto complesso e purtroppo frequente, pertanto l’applicazione
del T.A. riuscirebbe a:
Ø
Evitare
l’insorgenza di sintomi tipici della sindrome;
Ø
Mantenere uno
stato di calma, equilibrio e benessere psico-fisico;
Ø
Prendere atto
e consapevolezza della reale situazione lavorativa;
Ø
Gestire il
distress lavorativo accumulato;
Ø
Conservare l’impegno, la
creatività, la responsabilità e l’attenzione nel ruolo professionale
che si riveste;
E’ evidente che per ottenere
tali risultati, consegue l’applicazione della tecnica in tutte le
sue parti, e nello specifico consiglierei gli esercizi della calma,
pesantezza, calore, cuore e respiro. Seguiti dalla compilazione dei
protocolli, sia per prendere atto delle reali modificazioni
psichiche e fisiologiche che si susseguono nel corso
dell’allenamento, sia per mantenere l’impegno alla pratica della
tecnica.
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