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Enciclopedia Menteviva

Il T.A. come prevenzione alla sindrome del burnout

(estratto dalla finale tesina del corso di formazione sul Training Autogeno - 10/01/07)

 

a cura di Camilla Marchese

Il termine burnout compare per la prima volta negli Anni '30 nel gergo sportivo e indica il fenomeno per il quale un atleta, dopo alcuni anni di successi, si esaurisce, ossia “si brucia”. A partire dagli Anni '70 entra nella terminologia dell'ambito lavorativo, in particolare nella letteratura riguardante le professioni d'aiuto. E' un termine che non è ancora contemplato dal DSM-IV, cioè dal sistema di classificazione internazionale delle patologie psichiatriche, non ha ricevuto nessun riconoscimento istituzionale ed è trascurato dai sindacati. Viene spesso erroneamente interpretato come scarsa motivazione, incompetenza, fragilità psicologica. Il termine è stato introdotto in psicologia per la prima volta da Maslach (1982) per indicare una malattia professionale degli operatori d’aiuto. Oggi il suo campo di indagine si estende e diventa una patologia comportamentale a carico di tutte le professioni ad elevata implicazione relazionale.  Occorre distinguere il burnout dallo stress: il burnout può manifestarsi in concomitanza dello stress e lo stress può esserne una concausa, ma non necessariamente quando c'è una situazione di stress c'è anche burnout. Quando si parla di burnout si parla di una sindrome, cioè di una costellazione di sintomi e segni. Il burnout è diverso anche dalle nevrosi: si tratta di una patologia comportamentale più che di un disturbo della personalità. Edelwich e Brodsky (1980) definiscono il burnout come una progressiva perdita di idealismo, energia e scopi, vissuta da operatori sociali, professionali e non, come risultato delle condizioni in cui lavorano. Lo stesso Progetto di Legge 4562 del 2 maggio 2000 riporta la definizione del burnout come: "Sindrome di esaurimento emozionale, di spersonalizzazione e di riduzione delle capacità professionali che può presentarsi in soggetti che per mestiere si occupano degli altri e si esprime in una costellazione di sintomi quali somatizzazioni, apatia, eccessiva stanchezza, risentimento, incidenti". La sindrome del burnout è caratterizzata da particolari stati d'animo (ansia, irritabilità, esaurimento fisico, panico, agitazione, senso di colpa, negativismo, ridotta autostima, empatia e capacità d’ascolto), somatizzazioni (emicrania, sudorazioni, insonnia, disturbi gastrointestinali, ecc.) e reazioni comportamentali (assenze o ritardi frequenti, distacco emotivo, ridotta creatività, ecc.). E’ lecito chiedersi a questo punto come si fa a rilevare la presenza di burnout? Uno dei primi e dei più importanti strumenti è il Maslach Burnout Inventory. In questo test vengono individuati tre ambiti di burnout. Il primo riguarda l'esaurimento emotivo, cioè lo svuotamento delle risorse emotive e personali. Prevalgono la stanchezza, la fatica e i sintomi psicosomatici. Può presentarsi in concomitanza a sindromi ansiose o depressive, ma non necessariamente. Il secondo ambito riguarda la depersonalizzazione, cioè il soggetto si sente inadeguato al suo compito ed assume atteggiamenti e sentimenti negativi, cinici, di distacco nei confronti degli altri. Il terzo riguarda la bassa realizzazione professionale, il soggetto si valuta in modo negativo sul lavoro, ha bassa autostima, viene meno il desiderio di successo, è frustrato per la mancata realizzazione delle sue aspettative, perché sente che la propria soddisfazione dipende da agenti esterni, dalle istituzioni, dalle riforme, ecc. Individuarne le cause è piuttosto difficile, poiché si tratta di un fenomeno multidimensionale, influenzato da più fattori, sia di tipo oggettivo sia soggettivo. I fattori soggettivi sono particolarmente importanti, infatti, persone diverse che condividono uno stesso ambiente lavorativo non tutte sviluppano la sindrome. Molto dipende dalla loro personalità, dalle strategie di coping, dalle esperienze precedenti, dalla resistenza allo stress e alle frustrazioni. Tra gli specialisti quelli più a rischio per il burnout sono quelli che operano nell’ambito della medicina generale, della medicina del lavoro, della psichiatria, della medicina interna e dell’oncologia. Tra i fattori oggettivi possiamo evidenziare elementi di tipo socio-organizzativi quali le aspettative connesse al ruolo, le relazioni interpersonali, le caratteristiche dell’ambiente di lavoro, l’organizzazione stessa del lavoro, l’ambiente fisico (poco arieggiato, scarsamente luminoso, angusto, lontano, ecc). Inoltre sono state studiate le relazioni tra variabili anagrafiche (sesso, età, stato civile) e insorgenza del burnout. Tra queste l’età è quella che ha dato luogo a maggiori discussioni tra i diversi autori che si sono occupati dell’argomento. Alcuni sostengono che l’età avanzata costituisca uno dei principali fattori di rischio di burn-out, mentre altri ritiene invece che i sintomi di burnout sono più frequenti nei giovani, le cui aspettative sono deluse e stroncate dalla rigidezza delle organizzazioni lavorative.
alcune ricerche, però, sembrano indicare una polarizzazione tra “specializzazione a più alto burnout”, dove spesso ci si occupa di pazienti cronici, incurabili o morenti, e “specializzazione a più basso burnout”, ove i malati hanno prognosi più favorevole.
L’insorgenza della sindrome di burnout negli operatori sanitari segue generalmente quattro fasi.

1.     La prima fase (entusiasmo idealistico) è caratterizzata dalle motivazioni che hanno indotto gli operatori a scegliere un lavoro di tipo assistenziale: ovvero motivazioni consapevoli (migliorare il mondo e, se stessi, sicurezza di impiego, svolgere un lavoro meno manuale e di maggiore prestigio) e motivazioni inconsce (desiderio di approfondire la conoscenza di sé e di esercitare una forma di potere o di controllo sugli altri); tali motivazioni sono spesso accompagnate da aspettative di “onnipotenza”, di soluzioni semplici, di successo generalizzato e immediato, di apprezzamento, di miglioramento del proprio status e altre ancora.

2.     Nella seconda fase (stagnazione) l’operatore continua a lavorare, ma si accorge che il lavoro non soddisfa del tutto i suoi bisogni. Si passa così da un superinvestimento iniziale a un graduale disimpegno.

3.      La fase più critica del burnout è la terza (frustrazione). Il pensiero dominante dell’operatore è di non essere più in grado di aiutare alcuno, con profonda sensazione di inutilità e di non rispondenza del servizio ai reali bisogni dell’utenza; come fattori di frustrazione aggiuntivi intervengono lo scarso apprezzamento sia da parte dei superiori che da parte degli utenti, nonché la convinzione di un’inadeguata formazione per il tipo di lavoro svolto. Il soggetto frustrato può assumere atteggiamenti aggressivi (verso se stesso o verso gli altri) e spesso mette in atto comportamenti di fuga (quali allontanamenti ingiustificati dal reparto, pause prolungate, frequenti assenze per malattia.

4.     Il graduale disimpegno emozionale conseguente alla frustrazione, con passaggio dalla empatia alla apatia, costituisce la quarta fase, durante la quale spesso si assiste a una vera e propria morte professionale.

Dal quadro finora descritto, risulta che la sindrome del burnout è un disturbo piuttosto complesso e purtroppo frequente, pertanto l’applicazione del T.A. riuscirebbe a:

Ø     Evitare l’insorgenza di sintomi tipici della sindrome;

Ø     Mantenere uno stato di calma, equilibrio e benessere psico-fisico;

Ø     Prendere atto e consapevolezza della reale situazione lavorativa;

Ø     Gestire il distress lavorativo accumulato;

Ø     Conservare l’impegno, la creatività, la responsabilità e l’attenzione nel ruolo professionale che si riveste;

E’ evidente che per ottenere tali risultati, consegue l’applicazione della tecnica in tutte le sue parti, e nello specifico consiglierei gli esercizi della calma, pesantezza, calore, cuore e respiro. Seguiti dalla compilazione dei protocolli, sia per prendere atto delle reali modificazioni psichiche e fisiologiche che si susseguono nel corso dell’allenamento, sia per mantenere l’impegno alla pratica della tecnica.  

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