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Enciclopedia Menteviva

Effetti del trauma “vicariante” negli operatori:

“IL TRAINING AUTOGENO COME PREVENZIONE”

 

a cura della dott. Massimiliano Terzo

La ricerca ci indica che molti individui, dopo aver vissuto un evento estremamente traumatico, lamentano la presenza di alcuni sintomi fastidiosi che alcuni autori ritengono essere reazioni “normali” all’evento, altri, al contrario, parlano di tali manifestazioni sintomatiche come preludio per la possibile insorgenza di un Disturbo Post Traumatico da Stress o PTSD

Il PTSD è un disturbo relativamente frequente, stimato intorno al 3-6% nella popolazione mondiale. Secondo alcuni rilievi epidemiologici, di tutti coloro che subiscono un grave trauma nel corso della vita, una percentuale compresa tra il 10% e il 39% sviluppa questo disturbo. Inoltre, da quanto evince dalla ricerca National Comorbidity Survey, effettuata negli USA dal 1990 al 1992 e che ha coinvolto più di 8000 persone, l’8% degli uomini e il 20% delle donne sviluppano un PTSD nel corso della loro vita.

Naturalmente, come sostengono Carlson e Dalemberg (2000), la possibilità che un trauma, o un evento stressante, si trasformi in un disturbo psichico è agevolata da molti fattori:

1. Fattori biologici;

2. Fattori psicologici;

3. Fattori interpersonali e psicosociali

Ognuno di questi influisce o positivamente, o negativamente sulle reazioni di un individuo esposto ad un evento stressante.

Gli eventi che vengono definiti traumatici possono essere di varia natura: aggressione personale violenta, rapimento, essere presi in ostaggio, attacco terroristico, tortura, incarcerazione in tempo di guerra o in campo di concentramento, disastri  naturali o provocati, gravi incidenti automobilistici, notizia di una malattia minacciosa per la vita etc...

La probabilità di sviluppare il disturbo può aumentare proporzionalmente all’intensità e con la prossimità fisica al fattore stressante. Da queste considerazioni diagnostiche generali è gioco forza dedurre che molte persone attualmente soffrano di PTSD in seguito, ad esempio,  agli attentati alle Torri Gemelle  americane (2001) o al più recente evento Tsunami (2004) che ha colpito il Sud-Est asiatico.

Nel DSM IV si ha una visione un po’ restrittiva del concetto di trauma poiché si tende ad identificare come traumatici eventi “discreti”, cioè  facilmente individuabili, collocabili chiaramente nel tempo e nello spazio. Ciò di cui non si tiene conto, invece, è l’aspetto sicuramente traumatico che possono assumere certe situazioni di stress costante. Adottare una concezione di trauma meno restrittiva di quella fornita dal DSM IV, però, ci espone inevitabilmente al rischio di etichettare come trauma qualunque evento “negativo”.

Oggi non sono da  sottovalutare,  come dicono Young, Ford, Ruzek, Friedman, Gusman (2002),   le condizioni a cui sono continuamente esposti gli operatori che lavorano in un contesto di emergenza.

L’effetto della “traumatizzazione vicaria” deve essere tenuto in seria considerazione, individui appartenenti a categorie quali: personale medico e paramedico, personale delle ambulanze, operatori di ricerca e salvataggio di superstiti, operatori impegnati nel controllo degli incendi e della sicurezza, medici legali con il loro staff, forze dell’ordine, militari, volontari e giornalisti che operano sul luogo di incidenti e catastrofi, sono senza dubbio una categoria a rischio (Giannantonio, 2003).

Inoltre, come risaputo, nel caso di un intervento di soccorso, si attivano varie fasi (Hartsougt, 1985):

  1. Fase di allarme
  2. Fase di mobilitazione
  3. Fase dell’azione
  4. Fase del lasciarsi andare

Ogni fase è costituita da alcune caratteristiche peculiari, ma ciò che maggiormente mi porta alla riflessione è che nella quarta fase si attivano meccanismi psichici che causano alcuni sintomi, molto spesso trascurati o sottovalutati dall’operatore, come ad esempio la difficoltà nel distendersi, nel rilassarsi, nell'addormentarsi, la tristezza, la tensione, il riaffiorare di episodi e vissuti particolarmente forti sul piano emotivo, la rabbia.  

Quale potrebbe essere, allora, la soluzione per smorzare la credenza generalizzata che vede il soccorritore sempre in grado di fronteggiare e superare l’impatto con l’evento traumatico senza alcun risvolto dal punto di vista psicologico?

Nell’ambito della formazione dei soccorritori si dovrebbero pensare progetti per l’apprendimento di alcune tecniche atte a facilitare il rilassamento (come la tecnica del training autogeno) e la desensibilizzazione del disagio psichico causato dall’evento.

Nella cura del PTSD, oggi, una tecnica considerata efficiente ed efficace è quella della desensibilizzazione e rielaborazione del trauma tramite l’uso dei movimenti oculari meglio nota come tecnica EMDR acronimo che indica il meccanismo dell’Eye Moviment Desensitization and Reprocessing. Questa tecnica, messa a punto da F. Shapiro nel 1987 ed entrata a far parte dei metodi terapeutici standardizzati nel 1990, dal punto di vista teorico-metodologico richiama teorie di stile cognitivo-comportamentale quali la desensibilizzazione tramite decondizionamento e la rielaborazione cognitiva del dato mestico.

Alla base di questi processi, comunque, deve esserci una tecnica di rilassamento poiché un individuo con PTSD conclamato, per essere in grado di “ri-sperimentare”, tollerandolo, l’evento traumatico che ha scatenato in lui la patologia, deve poter dialogare con se stesso trovandosi in una condizione rilassata. Prima di procedere con l’eventuale applicazione della tecnica EMDR, che può essere esercitata da uno psicoterapeuta specializzato, bisogna permettere all’individuo di raggiungere il suo stato di calma interiore meglio noto come “posto sicuro o safe place”. Un luogo immaginario, reale o fantastico, in cui i problemi non esistono. Comunemente vengono scelti luoghi classici: spiaggia, bosco, ecc.

Il rifugio interiore serve come punto d’appoggio, integro, per costruire i cambiamenti desiderati e per molti motivi è considerato un ottimo strumento d’intervento perchè:

  • Consente l’accesso alla “sfera libera dai conflitti” (Hartmann, 1958) che, secondo la psicologia dell’Io, è quella parte dell’io che si dissocia dall’area conflittuale divenendo autonoma;
  • Permette di accedere a ricordi “dimenticati” o difficili da raggiungere.
  • Aiuta il clinico a reperire informazioni diagnostiche e prognostiche (Loriedo, 1995).
  • Consente, al paziente, di percepire il proprio sé coeso (Liotti, 1993-1994).
  • Aiuta il paziente a scoprire che dentro di lui c’é la volontà e la possibilità di migliorare e di stare bene, c’è un luogo sicuro, un’oasi di tranquillità.

In sintesi descriverò la struttura di una tecnica di rilassamento, mutuata dal classico training autogeno di Schults,  mettendola in relazione a quest’ultimo:

Respirazione diaframmatica: il soggetto deve inspirare con il naso (circa 2-3 secondi) e dopo una piccola pausa espirare lentamente con la bocca (occupando il doppio del tempo dell’ispirazione). Il procedimento si ripete finchè il respiro non diventa fluido e la sequenza automatica. Il rilassamento sopraggiunge poiché respirare contro il normale ritmo crea un condizione incompatibile con l’ansia e la paura (Lamparelli, 1985).

Il training autogeno di Schults, al contrario, nell’esercizio del respiro, non prevede un controllo o una modificazione del respiro stesso, poiché non è una ginnastica respiratoria. Il respiro, dunque, deve essere ascoltato, ma non giudicato. La tipica formula, infatti, è “respiro in me, mi respiro”.

Disposizione mentale: dopo la respirazione diaframmatica, l’idividuo, avrà raggiunto uno stato di leggera trance e dovrà predisporsi mentalmente verso una condizione di sicurezza psicofisiologica; questo passo risulta essere difficile per soggetti che hanno subito gravi traumi (Lorenzini, 1995).

Anche per Schults deve esserci una disposizione mentale al rilassamento durante gli esercizi del training autogeno; secondo il moderno T.A. durante l’esercizio della pesantezza si deve permettere al soggetto di costruirsi “il posto sicuro o rifugio interiore”.

Approfondimento della trance: il respiro e lo stato mentale favorevole, favoriscono la trance che può essere approfondita con la tecnica della “conta”, che consiste nel contare mentalmente, solitamente, da 1 a 10. Ad ogni numero il grado di rilassamento aumenta. Alla fine della conta il soggetto dovrà  aver raggiunto il proprio “rifugio interiore”.

Per Schults “la trance”, intesa come pieno rilassamento, può, ma non necessariamente deve, essere raggiunta. Durante l’esercizio propedeutico del T.A. relativo alla calma si possono sperimentare stati di “trance” che permettono al soggetto di distogliere l’attenzione dai pensieri quotidiani, ritrovandosi in un’osasi di calma.

Esercizi specifici: se il soggetto raggiunge il suo rifugio interiore, questo, è un buon indice di rilassamento. La psicoterapia, e quindi qualsiasi altro strumento finalizzato al benessere dell’individuo, è la palestra della mente. Quando andiamo in palestra ad allenare i nostri muscoli, all’inizio sentiamo dolore, avvertiamo molto la fatica, ma con l’abitudine, la costanza degli allenamenti e la volontà di migliorare, i dolori passano e resta il benessere fisico (ed anche il nostro aspetto migliora). Allo stesso modo, sia la psicoterapia, sia le tecniche di rilassamento, all’inizio, potrebbero causare dolore e frustrazione, ma un esercizio cadenzato dal regolare ritmo delle sedute, permette alla “mente” di raggiungere “il suo peso-forma”. Allenarsi consente all’individuo di raggiungere in poco tempo uno stato di calma, sicurezza, riduzione dell’ansia e fiducia nel proprio corpo. Quando per molto tempo non andiamo in palestra, o non ci siamo mai andati, all’esercizio fisico possiamo accoppiare dei catalizzatori come: saune, bagni rilassanti ecc.. Allo stesso modo, se un individuo ha grosse difficoltà ad ottenere il suo “peso-forma-mentale”, alla tecnica di rilassamento abituale si possono associare altri esercizi specifici previsti nella tecnica del training autogeno tradizionale ed il cui scopo sarà aumentare il progressivo rilassamento psicofisico.

Deipnotizzazione: la fase finale dell’esercizio di induzione al rilassamento riguarda il momento in cui il paziente si riposa nel suo rifugio o fa qualcosa di piacevole. Soltanto successivamente si effettuerà “il conto alla rovescia” (10-1) per tornare alla “realtà”. 

Schults ad ogni esercizio del T.A. conclude con la formula: “resto in ascolto delle mie sensazioni e riapro lentamente gli occhi”, un parallelismo può, dunque, esser fatto tra la fase finale di deipnotizzazione e la formula di chiusura di ogni singolo esercizio del T.A. di Schults o del trainig autogeno moderno.

Concludo le mie riflessioni ritornando, ancora una volta, a ribadire quanto potrebbe essere importante, per gli operatori che si occupano di emergenza, apprendere, nel corso della loro formazione, tecniche di rilassamento che potrebbero aiutarli a ridurre i rischi di “problemi” psicologici verso cui spinge il loro duro e difficile lavoro.  

Bibliografia

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VAN DER KOLK B. A., MC FARLANE A. C., WEISAETH L., 2004 (a cura di), Stress traumatico. Gli effetti               sulla       mente, sul corpo e sulla società delle esperienze intollerabili. Edizioni Magi, Roma.

SHAPIRO F., 1995, EMDR ed. it. FERNANDEZ I., 2000 (a cura di), EMDR: Desensibilizzazione e rielaborazione    attraverso i movimenti oculari, McGraw Hill, Milano.

TOSI D., 1994, Guida pratica al training autogeno, Orsa Maggiore Editrice, Foggia.

GARLAND C. (a cura di), 2001, Comprendere il trauma: Un approccio psicoanalitico. Mondadori, Milano.

CARLSON  E. B., DALEMBERG C. J., 2000,  A conceptual framework for the impact of traumatic                experiences. Trauma, violence & abuse.

LORIEDO C., 1995, Induzione diretta come tecnica indiretta nella psicoterapia ipnotica in          GIANNANTONIO M., 2003, (a cura di) Psicotraumatologia e psicologia dell’emergenza.

LIOTTI G., 1993, (a cura di) la discontinuità della coscienza. Etiologia, diagnosi e psicoterapia dei disturbi          dissociativi. Franco Angeli, Milano in GIANNANTONIO M., 2003, (a cura di) Psicotraumatologia     e psicologia dell’emergenza.  

LIOTTI G., 1994, La dimensione interpersonale della coscienza. Roma: La nuova Italia scientifica in           GIANNANTONIO M., 2003, (a cura di) Psicotraumatologia e psicologia dell’emergenza

HARTMANN H., 1958, Psicologia dell’io e problema dell’adattamento, Boringhieri.

LAMPARELLI C., 1995, Tecniche della meditazione orientale, Mondadori, Milano.

LORENZINI R., 1995, Il corpo nell’organizzazione di tipo fobico. In Il corpo e la terapia cognitiva, Atti 1° convegno “il corpo e la terapia cognitiva”, Orvieto 20-22 ottobre 1995.   

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